La vita segreta degli stagisti italiani

Avevo scritto questo post quasi due anni fa, piena di frustrazioni e aspettative che scricchiolavano. Oggi ho deciso che forse è il momento giusto per pubblicarlo, probabilmente spinta da una serie di DM che mi sono arrivati sul mio profilo IG tra ieri e stamani, dopo aver parlato dell’annosa questione stage. Ieri infatti, 10 novembre, era la Giornata mondiale degli stagisti. Quale momento migliore dunque per rispolverare questo post, custodito dolorosamente nelle bozze?

Intendiamoci, non è che io oggi sia diventata chissà chi, abbia conquistato il lavoro dei sogni o sia riuscita a raggiungere le vette del successo e della totale realizzazione lavorativa (che conoscendomi non giungerà mai, fosse anche solo per la mia patologica tendenza all’autocritica). Non leggerete una storia di successo, la storia di una comune mortale a cui sembra andare tutto storto e poi, puff, il colossale colpo di scena, l’occasione della vita che trasforma la nostra eroina in una Imprenditrice di Successo pronta a dispensare perle e frasi motivazionali pre confezionate. Niente lieto fine del cazzo, insomma.

Pubblico oggi questo post perché anche se non sono più una stagista – ammesso sia davvero possibile, per la mia generazione, smettere di sentirsi costantemente tali – lo sono stata per ben tre volte nella mia vita e so che la maggior parte dei miei coetanei lì fuori condivide la mia sorte. Ma ancor di più perché conosco bene la frustrazione del lavorare senza ricevere alcun compenso con la speranza che quel sacrificio, un giorno, possa essere ripagato. E conosco anche la frustrazione ancor più scottante del vedere quella speranza fatta a pezzi dalle solite giustificazioni di circostanza, ancor meno credibili delle frasi motivazionali suddette. Questo è il mio modo per dare la mia solidarietà a tutti gli stagisti sfruttati, non pagati, mal pagati di questo Paese che ci tratta come zavorre e non come quello che tecnicamente siamo: risorse.
Vorrei riuscire a credere che giungeranno tempi migliori per le nuove generazioni. Chissà.

Marzo 2020

Ci ho pensato un milione e mezzo di volte prima di aprire il foglio bianco virtuale e iniziare a scrivere tutto quello che mi frulla in testa in questi giorni più che strani. Ci ho pensato tanto perché ricordo bene quanto spesso io mia sia ritrovata a gestire la vagonata di inattesi e polemici “Eh ma ho letto quello che hai scritto sul tuo blog”, dimenticando i due assiomi fondamentali, le due regole necessarie e sufficienti da conoscere per potersi approcciare alla sottoscritta e a qualsiasi asserzione da me medesima formulata:

  1. comunico all’incirca il 90% dei miei pensieri (di senso compiuto e non) servendomi di ironia, nemmeno particolarmente sottile o arguta;
  2. vivo spinta dalla probabilmente errata convinzione che io debba dire sempre ciò che penso. Forse qualcuno da bambina deve avermi fatto il lavaggio del cervello o ipnotizzata e nel mio subconscio c’è una piccola parte di me persuasa del fatto che se dovessi tenermi mai un cecio in bocca qualcosa di terribile accadrà alla mia famiglia e ai miei gatti.

Ribadite le doverose premesse, con la coscienza più pulita di tutti i vetri di casa mia, posso procedere. In questi giorni di quarantena sono tra le fortunate persone che possono avvalersi dello smart working. Smart worky per gli amici.
Parlo con le mie amiche che giustamente sono preoccupate, pensano ai loro progetti, al loro futuro, a cosa ne sarà del loro lavoro e io mi sento una privilegiata. Io, che per sei mesi ho lavorato gratis, perché in Italia – e lo sapete tutti, io so che lo sapete – esiste quella cosa meravigliosa chiamata “stage curriculare” che ti permette di fare questa esperienza metafisica di lavorare esattamente come un dipendente a tutti gli effetti, quindi 40 ore settimanali, ma provando quel brivido di non vedere un euro manco per sbaglio.
Però impari, vuoi mettere? Fai esperienza. Giusto. È giusto che si faccia esperienza perché tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e tra la teoria e la pratica ci sono di mezzo gli oceani. La cosa che esattamente mi sfugge è: ma se a quasi 30 anni, dopo lauree, master, dottorati, corsi, video corsi, webinar e ovviamente altri stage, dobbiamo ancora imparare, esattamente quali sono le aspettative nei nostri confronti? Cosa ci si aspetta da noi poveri stagisti? Che abbiamo in tasca la soluzione alla fame nel mondo, al surriscaldamento globale e all’esistenza dei terrapiattisti e dei no-vax?

Vero è che nel mondo del lavoro non si smette mai di imparare. Tuttavia mi sfugge il conflitto d’interessi tra remunerazione e apprendimento: di preciso cosa ci impedirebbe di continuare a imparare e nel contempo ricevere anche uno stipendio a fine mese?
La trama s’infittisce.
E mentre cerchiamo di risolvere questo enigma, le nostre famiglie, le stesse che ci campavano durante gli anni dell’università, pagata egualmente dalle loro generose tasche, continuano a sfamarci fiduciose. Sì perché loro sono certi che arriverà il momento in cui questa specie di Piano Marshall non avrà più motivo di esistere. Ne sono certi perché ci hanno fatto studiare apposta, per avere un futuro diverso dal loro, per avere più possibilità di loro. È solo che poi arriva il giorno in cui incrociando i loro sguardi a cena noi non siamo così sicuri. E ci chiediamo perché non abbiamo potuto fare come Marcolino, il figlio della fruttivendola che si è messo a lavorare nel negozio di famiglia dopo le scuole medie. O come Jessica che si è presa un diploma, ha fatto un corso da estetista e adesso fa le unghie a tutta la borgata, è sposata e ha pure due figli.
No, noi volevamo studiare.
Volevamo fare il salto della quaglia e provare a inseguire i nostri sogni, le nostre ambizioni, pure se qualcuno ci aveva provato a dire che stavamo facendo una mezza cazzata.

Nel mio caso, a dirlo, ero sempre io. Perché l’avevo capito ai tempi in cui le divisioni in colonna mi sembravano una forma di espressione del demonio, che la mia passione per i libri, la lettura e tutte le cose vagamente artistiche sarebbero state la mia pena e la mia condanna. E ora, pur avendo imparato a fare le divisioni in colonna anche grazie alle ripetizioni che mi hanno sempre permesso di avere un briciolo di indipendenza dai miei e di conservare un barlume di dignità nei confronti della mia persona, non c’è giorno in cui non mi dica (sì, con l’accento romano, scusate) “ma non potevo nasce con l’aspirazione de fa’ la fioraia? O, che ne so, pure parrucchiera andava bene. Me potevo pure fa’ i capelli da sola, meglio de così”. Sono abbastanza realista e disillusa per capire che non è bello pensare queste cose. Non è bello alla luce dei soldi che i miei hanno investito nei miei studi, studi che ho amato e senza i quali probabilmente non sarei chi sono ora. Ma forse arriva un momento in cui saremmo disposti a rinunciare anche a una parte così importante di noi pur di sentirci di non aver fallito.

Ci dicono che dobbiamo crederci, che dobbiamo provarci fino alla fine e poi ci ridimensionano poco a poco, facendoci diventare sempre più piccoli e insignificanti. Ci dicono che dobbiamo sognare in grande purché poi siamo disposti ad adattarci. Ci vogliono preparati, svegli e in gamba ma quando arriva il momento di riconoscerci il merito anche a suon di vile danaro non siamo mai preparati, svegli e in gamba abbastanza. Eppure i genitori, gli insegnanti continuano a dire ai ragazzi “studiate!” non sapendo che quelli ci vedono più lungo di tutti noi e infatti l’ultima volta che ho provato a spiegare a una ragazzina l’importanza di conoscere la storia dell’antica Grecia, lei mi ha risposto: “Ma che me frega a me, io voglio fa l’influencer come Giulia De Lellis” e io muta perché probabilmente, se mi potrò mai comprare una casa tutta mia, avrà la stessa metratura della cabina armadio di Giulia De Lellis.

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