GIULIA MANGIA IS BACK

Con la gioia più sincera nel cuore possiamo azzardare un timido: “Si torna alla normalità”. Non so quanta normalità alberghi in tutti noi dopo l’anno trascorso e parlo da persona fortunatissima che ha visto la mole di lavoro raddoppiare e i propri cari godere di ottima salute. Ora finalmente posso riesumare con estremo giubilo anche questa rubrica, ferma da un anno per ovvi motivi. Si torna a mangiare fuori, i ristoranti, non senza notevoli difficoltà, hanno rialzato le saracinesche e ripreso il servizio ANCHE A CENA.

Ho un buon proposito: quello di aiutare quanto più possibile nel mio piccolo le attività di ristorazione, ecco perché almeno una volta al mese mi sono prefissata di provare un nuovo ristorante a Roma – ma non solo, vedi trasferte di lavoro – e, se mi piace, parlarne in questa rubrica che ok, non vanta il numero di lettori del Gambero Rosso o degli inserti di cucina delle grandi testate, ma il fantastico mondo del web conosce delle vie che la ragione non conosce.

Ci sono diversi ristoranti dove sono riuscita a mangiare a pranzo negli sprazzi di zona gialla concesse durante l’inverno, posti dove il servizio è stato sempre all’altezza delle aspettative e dove le norme di sicurezza sono state scrupolosamente rispettate. Ma vi dico la verità, nei mesi scorsi ho cercato il più possibile di mettermi nei panni della categoria, forse una tra le più colpite nel corso di questa pandemia, e ho deciso di rivedere la mia intransigenza. Questo non significa accettare di mangiare una zuppa con dentro un capello, ma magari evitare di storcere il naso se l’attesa è un po’ lunga o se i menù sono meno ricchi del solito. Cerchiamo di essere più comprensivi con chi deve fare i conti con un ridimensionamento costretto del personale, con chi sta cercando di riorganizzarsi per l’ennesima volta a normative differenti da quelle del dpcm precedente.

Proprio oggi ho ricevuto una newsletter con un appello molto bello da parte di Almir Ambeskovic, CEO di The Fork: “Il mio invito è: andate al ristorante, ma non come prima. Di più! Dobbiamo generare una spesa incrementale, quella precedente rischia di non bastare per salvare il patrimonio gastronomico del nostro territorio, una ricchezza non solo economica, ma anche culturale e sociale. Sarebbe sufficiente che il 10% dei risparmi, 20 miliardi, fosse speso in modo incrementale per sostenere l’industria! Abbiamo tutti tanti ricordi bellissimi al ristorante, è ora di crearne di nuovi. L’invito che vi faccio è questo, nel massimo rispetto delle norme sanitarie: scoprire nuovi ristoranti e ritrovarvi con persone care che non vedete da tempo. Ogni pasto sarà un’ancora di salvezza per il settore che tutti amiamo e aiuterà la sua rinascita e la ripresa economica dei nostri quartieri. I ristoranti ci sono sempre stati accanto nel corso della vita di ognuno di noi e durante la pandemia per confortarci con i loro piatti, ora tocca a tutti noi – clienti – supportarli e il modo migliore per farlo è dare loro più possibilità di deliziarci con esperienze incredibili e di renderci felici”.

Mangiare fuori prima per me, come per molti, era uno svago improvvisato, qualcosa che raramente mi richiedeva un’organizzazione particolare. L’emergenza sanitaria mi ha fatto sentire una nostalgia inaspettata di sedermi ad un tavolo, consultare il menù in religioso silenzio, studiandolo nei dettagli, memorizzando piatti interessanti che potrebbero essere replicati a casa, far caso ai piatti e alle posate, addentare un pezzo di pane fresco e consultare la carta dei vini con il tintinnio delle posate in sottofondo. Per quanto adori cucinare e mi sia sbizzarrita, cimentandomi con la pasta fresca, i lievitati e quant’altro, ho capito che ho bisogno di vivere quella catarsi che mi suscita già il semplice entrare in un ristorante. Un momento di pausa, una cesura dai ritmi frenetici della vita e del lavoro, un’avventura mai uguale a se stessa, sempre diversa e sempre interessante. A tal proposito mi sembrano azzeccatissime le parole di Alain Ducasse che nel suo Mangiare è un atto civico scrive: “Mangiare è sì un’attività quotidiana per vivere e sopravvivere, ma è anche un atto sociale e un comportamento civico, di cui abbiamo sempre più smarrito il senso, le sensazioni e le implicazioni. Riprendere il controllo della propria vita e condividerne la consapevolezza delle funzioni sanitarie, culturali, economiche, ambientali e sociali è una necessità e una responsabilità vitale per ogni individuo”.

Che altro aggiungere? Buon ritorno ai ristoranti e buon appetito!

2 pensieri su “GIULIA MANGIA IS BACK

  1. coulelavie ha detto:

    Non per criticare te o il tuo intento da “brava ragazza” ma personalmente non me la sento di difendere a spada tratta un’intera categoria che spesso evade le tasse e che quando vai a mangiare nei loro ristoranti devi pregare Dio che seguano le norme igieniche e non ti rifilino roba scaduta o altro…

    • giuliamiri ha detto:

      Non lo considererei un intento da “brava ragazza”, ma da persona che ha spesso avuto piacevoli esperienze gastronomiche grazie anche ai ristoratori. Ovviamente generalizzare è sempre sbagliato: non posso contraddirti perché esistono ristoratori disonesti come esistono quelli che invece fanno il loro lavoro con serietà e professionalità. Credo inoltre che questo discorso possa applicarsi a varie categorie professionali, dai parrucchieri ai tassisti, ma anche banalmente ai liberi professionisti in generale. Cosa possiamo fare dal nostro canto? Informarci il più possibile prima di scegliere un servizio ed essere scrupolosi. Dopodiché fare tesoro della nostra esperienza.

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