La ragazza dello Sputnik

Cercando su Google ‘4 ottobre’, come per qualsiasi giorno dell’anno, c’è un elenco di avvenimenti storici più o meno rilevanti.
Del tipo: 1209 – Ottone IV viene incoronato imperatore da papa Innocenzo III; 1824 – Il Messico diventa una repubblica; 1883 – Prima corsa dell’Orient Express, e così via.
Con tutto il rispetto per Ottone IV e del Messico, c’è un evento in particolare accaduto il 4 ottobre a cui sono affezionata: il lancio, nel 1957, dello Sputnik.
Mi piace credere di vivere in un mondo sufficientemente evoluto e curioso da sapere cosa sia lo Sputnik, almeno per sentito dire, cioè il primissimo satellite ad essere lanciato nello spazio, nell’orbita intorno alla Terra.
Diversi anni fa infatti una persona mi ha regalato un libro intitolato La ragazza dello Sputnik di Haruki Murakami. Ovviamente mi sono sentita subito chiamata in causa. Ancor di più quando mi sono immersa nella lettura. La protagonista femminile di questo romanzo infatti è Sumire, una ragazza che nella vita ama fare soltanto una cosa: scrivere. Tutta la sua intera esistenza ruota esclusivamente intorno alla scrittura. Insomma, un libro che mi è sembrato azzeccatissimo in tutto e per tutto per me.

“Anche se sapeva bene che in questo mondo ci sono infinite possibilità, per lei non vi era altra strada praticabile se non quella per diventare scrittrice, una scrittrice di romanzi. Questa determinazione era più dura delle rocce mesozoiche, e non lasciava spazio a compromessi. La sua fede era così assoluta che tra lei e la letteratura non passava nemmeno un capello.”

E ora, mentre sono in pigiama sulla poltrona di vimini di mia nonna, con i piedi come sempre gelidi, mancano esattamente 23 ore e 3 minuti al mio compleanno, al 4 ottobre 2019, 62 anni dopo il lancio dello Sputnik. Ripenso a tutti i 4 di ottobre di cui riesco ad avere memoria e realizzo che senza quasi che me ne accorgessi sono passata dal correre fino a grondare di sudore per giocare ad acchiapparella al glassare la mia torta di compleanno, facendo scorrere il dito sulla spatola per leccare il cioccolato.

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28 anni non sono niente eppure sono sufficienti per darmi da riflettere su quante cose sono successe nella mia vita, quante invece no, quante forse dovranno ancora arrivare.
Riesco a passare in rassegna i volti dei grandi assenti, anno dopo anno, chi per motivi imprescindibili, chi per le naturali e inevitabili vicende della vita.
Come ogni anno penso al grande assente per eccellenza, mio nonno, e sento l’odore del suo viso che aveva sempre lo stesso profumo dopo essersi rasato, un profumo che continuo ad associare a momenti belli, a casa mia.
Casa mia, il posto da cui durante gli anni dell’adolescenza pazza e ribelle avrei voluto fuggire di continuo, con i miei che fino a dodici anni fa erano sotto le mire dei miei sbalzi d’umore e di cui ora invece cerco sempre un parere, oltre all’irrinunciabile bacio della buonanotte. Casa mia, dove le Giulie sono due, Giulia grande – mia nonna – e Giulia piccola. Sono sempre stata io la Giulia piccola, eppure adesso se ci mettiamo vicine e abbraccio mia nonna, mi sembra così delicata da avere paura a stringerla troppo, la sento così minuscola tra le mie braccia da chiedermi se non possa perdersi e scivolarmi via. È durante quegli abbracci che respiro la quantità d’amore intorno a me. Sono circondata d’amore. E mai come quest’anno ho intuito la straordinarietà di tutto questo. Sono riuscita a fare i conti – ok, diciamo che continuo a lavorarci ancora – con la mia tendenza all’auto sabotaggio, con la paura delle cose importanti, forse perché le vedevo più grandi di me. Ma poi ho provato a misurarmici e ho imparato che non c’è niente di male nel voler tentare di superare i propri limiti, nel dare un calcio al “sono sempre stata fatta così” perché il cambiamento è la linfa vitale di ogni rapporto. Ho capito che l’emotività non è poi così spaventosa. Certo, probabilmente non diventerò mai una persona particolarmente espansiva o una campionessa di romanticismo, ma sapere di riuscire a far arrivare a chi mi sta a cuore il mio affetto è già una vittoria per me.

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Ho avuto incontri, scontri e confronti che, salvo rare eccezioni a cui possiamo tranquillamente appiccicare l’etichetta di “cause perse”, a modo loro mi hanno sempre saputo dare una percezione diversa di me stessa e delle mie azioni. Insegnandomi che voler bene a qualcuno non solo non è facile ma non scongiura nemmeno il rischio di fare del male. Ma quando si ama, quando si vuole bene per davvero, ci si sporca le mani e si chiede scusa. Vorrei poter dire “senza troppe parole” ma la lunghezza spropositata di questo post mi smentisce. Come potrebbe essere altrimenti del resto? In questi 28 anni il mio amore viscerale per le parole è sempre stato una parte fondamentale di me. Mi sono sempre definita una feticista delle parole. E non posso fare altro che incastrarle in un foglio, metterle in fila, lì nero su bianco dove mi piace che restino sempre. Verba volant, scripta manent. Quindi scrivo e scrivo. Raramente ho smesso di farlo perché è una funzione vitale per me, alla pari del mangiare o fare la cacca.
Metto lì le mie parole e posso farci qualsiasi cosa, costruire, inventare, come diceva lo spot della Cedrata Tassoni. Come la ragazza dello Sputnik. E, sempre come lei, a volte mi perdo ma credo sia normale. Insomma, non è quello che sanno fare meglio le persone? Perdersi? Quanta gente incrociata nei miei 28 anni si è persa, ho perso. Ma io ormai sto migliorando anche nella nobile arte dell’accettazione: lascio andare, magari ci provo pure a mettere un cerotto, ma ora so quando staccare la spina. Ho accettato l’eutanasia nei rapporti, specie in quelli che sembrano non saper dare più niente di positivo alla mia vita, alla mia persona. Ecco cosa voglio fare per questi 28 anni. Prendere tutta la negatività, le incomprensioni, le rotture di palle e mandarle in orbita. Come lo Sputnik.
Però poi lasciarle dissolverle nello spazio, puff. Polvere.
28 anni sono sicuramente troppo pochi per covare l’utopica speranza di aver già superato le delusioni più cocenti che la vita aveva e ha in serbo.
Ma 28 anni sono abbastanza per imparare da queste, per riconoscere che sono stanca di essere sempre comprensiva e che magari è ora di potare i famosi rami secchi e per decidere di non avere più tempo né energie per fare cose che non ho voglia di fare.
28 è un numero strano. Non ancora 30, non più 25 ma nemmeno 26 e 27.
Eppure ormai mancano meno di 22 ore al mio compleanno e io sento di essere la stessa.
Oppure no? Chissà. Mi riservo altri 365 giorni per dirlo.

 

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