La mia paura della paura

Avevo quattro anni e la paura più grande che riuscissi a concepire era quella di arrivare a scuola e non trovare sul davanzale, allineato insieme a tutti gli altri, lo zainetto della mia amichetta del cuore Elo. Panico.
A dieci anni gli scarafaggi e le verifiche di matematica erano la mia kriptonite.
Quando ne avevo tredici invece nulla poteva spaventarmi più dell’idea di mettermi in costume davanti ad altre persone.
Per poi arrivare a capire, a sedici anni, che non poteva esistere niente di più spaventoso dei compiti di latino e greco con la professoressa di cui spero un giorno di dimenticare il nome.
A vent’anni, sprezzante di tutto e tutti, covavo la paura di non essere capace di amare e farmi amare. Inutile dirlo, di lì a poco mi sono innamorata e ovviamente, da brava Bilancia, ho iniziato ad avere paura di sbagliare e di far scappare l’altro perché stare serena a quanto pare mi fa schifo.
A venticinque anni ho iniziato ad imparare cosa significasse davvero stare bene da soli, in pace con se stessi e il proprio io. È stato un processo lungo e faticoso – ma anche divertente – che mi ha fatto percepire per la prima volta nella mia vita lo scorrere del tempo. Quel tempo, di cui mi sembra tutt’ora di non avere il minimo controllo, è diventato il mio incubo. Non averne abbastanza, non saperlo gestire, volerlo sfruttare al meglio ma comunque sentire di non riuscirci.
A volte faccio nella mia testa questa sorta di summa delle mie paure, pensando di averle superate e averne il pieno controllo. Poi mi ritrovo a saltare su una sedia e a mandare messaggi di addio a tutti i miei cari se solo avvisto uno scarafaggio nel raggio di un chilometro, a sognare di essere di nuovo tra i banchi di scuola, ad esitare nel togliermi i vestiti in spiaggia il primo giorno di mare. E mi assale l’ansia di non essere cambiata poi tanto in tutti questi anni, di essere sempre la ragazzina alle prese con la paura. Con il mio Molliccio personale che mi segue e cambia forma in continuazione, anno dopo anno.
Ho sempre avuto paura e ce l’ho anche oggi, nonostante mi ostini a dissimulare e a mettere su una discreta faccia da schiaffi. Sotto sotto però rimane quel gomitolo di fifa e ansia così ingombrante da chiudermi lo stomaco (l’ansia è il mio detox quotidiano) e causarmi un cagotto di indefinita durata.
Ormai conosco tutti i segnali e quando li percepisco, appollaiati sulle mie spalle come avvoltoi, pronti per fare capolino, allora mi allarmo. E m’inceppo come un frullatore difettoso. A quasi trent’anni praticamente la mia più grande paura è avere paura. Sì perché la paura condiziona la mia produttività, le mie capacità di giudizio e raziocinio, la mia fermezza. Insomma, inibisce il mio emisfero destro del cervello e la mia essenza di persona logica mi dà un calcio nel sedere e manda a monte tutti i miei piani, lasciandomi in balia di ciò che più detesto: l’ignoto. Ogni volta in cui mi trovo a dover affrontare una situazione nuova e del tutto imprevista mi figuro nei panni di una tuffatrice che salta da un trampolino senza avere la minima idea di quando arriverà l’impatto con l’acqua.
A questo punto della mia vita pensavo di non avere tempo per avere paura, di non avere spazio in agenda. Invece a quanto pare dovrò accettare di avercela aggrappata sul petto, come un koala. Che poi alla fine in un modo o nell’altro, pur essendo atterrita, non mi sono mai risparmiata né tirata indietro. Sono entrata a scuola anche senza Elo. Ho fatto i compiti di matematica alle elementari e quelli di latino e greco al liceo. Ho amato e sono stata amata, ho sbagliato e subito torti, ho lasciato andare via delle persone e me ne sono andata io stessa. Stilo liste su liste di cose da fare ogni giorno per scongiurare quella paura di perdere tempo. Faccio cose di cui prima penso “no, non ce la farò mai” e poi una volta fatte mi sento invincibile. Almeno per un po’. Almeno fino alla volta successiva.

Ah, ovviamente questo non vale per gli scarafaggi e gli insetti in generale. Con loro proprio non ce la faccio e non ce la farò mai.

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