2018: l’anno in cui ho (ri)scoperto di essere umana

Negli ultimi anni ci ho un po’ dato un taglio a questa storia dei bilanci, perché tanto mi ritrovavo solo a fare lunghe liste mentali di momenti NO e finivo col deprimermi per poi cercare conforti nella giornata di abbrutimento tipo (pigiama, carboidrati raffinati, capelli legati e film strappalacrime).
Ho sposato la nobile arte dello sticazzi ma a piccole dosi, quella che il più delle volte ti salva la vita ma soprattutto la sanità mentale senza trasformarti in una disagiata emotiva con la coscienza morale di una larva. E poi diciamolo, avevo già sviluppato una certa resistenza alle discrete quantità di merda che l’universo mi catapultava contro. Sotto certi punti di vista e in alcuni ambiti non ero più abituata ad essere serena, sentendomi libera di poter essere me. Ero così impegnata a stare sempre sul chi va là da non rendermi conto d’essere costantemente irrigidita dalla tensione. Come quando guidi le prime volte, concentrata e assorbita dalla strada, dalla presa sul volante, dal fare tutto a modino, perché non sia mai investi qualcuno. E quando poi ti fermi, scendi dalla macchina, ti rilassi e senti gli arti indolenziti da tutta l’apprensione.
Per anni ho vissuto così. Rigida, inflessibile. Fredda e razionale. Peggio di un serial killer. Non tanto per l’insicurezza verso me stessa, quanto per l’insicurezza verso il resto del mondo. Di me ero sicura eccome, erano gli altri il problema.
In realtà il problema era la percezione che io avevo degli altri. Li guardavo con occhio timoroso ma attento, studiandone ogni mossa, come si può fare durante una partita a poker (che poi vabbè, io non gioco nemmeno a poker, al massimo a burraco o a briscola). Perché dentro di me, nella mia testa, aleggiava un solo grande credo: questo qui mi vuole fregare.
Il più delle volte avevo anche ragione e quasi ne ero felice, così avevo modo di dire a me stessa che ero nel giusto. Ma tutte le altre volte che invece avevo torto? Non le consideravo, le minimizzavo, le mettevo in una scatola e le spedivo nel dimenticatoio con tanti cari saluti.
Non ho esitato a scagliarmi contro persone che magari cercavano solo di farmi ascoltare le proprie ragioni senza pretese, senza mettersi necessariamente a disquisire su chi avesse torto o ragione. Come se ci fosse davvero chi vince e chi perde nei rapporti. Per compensare la mancanza di qualcosa che non saprei nemmeno definire, mi aggrappavo avidamente alla gloriosa sensazione di apparente vittoria per riempirmi l’anima e il petto. Ma durava il tempo di un respiro. Una volta esalata, volava via e di risolto c’era ben poco. Ero sempre da capo, sempre al punto di partenza, incastrata in un gioco in cui non facevo che ripassare dal via.
Prima o poi però s’impara dai propri errori, no?
Arriva per tutti il momento in cui scegliere se perseverare o mettere in discussione se stessi prima di tutto il circostante. Non è stato facile e non ho di certo finito. Ancora adesso spesso sento il richiamo di vecchie antipatiche abitudini, “dai Giulia, ti ricordi come si fa”. E sicuramente sarebbe più facile seguire quel canto ammaliatore e scegliere di tornare ad essere la persona attaccata all’esigenza di avere ragione, di sentirsi nel giusto e basta. Senza sbilanciarsi troppo, senza sbottonarsi eccessivamente, allontanandosi quando le cose non sembrano seguire i piani, schiaffandosi su la faccia da indifferente se di fronte c’è chi si aspetta o addirittura desidera questo.
Sarebbe molto più facile ma estremamente controproducente. Solo che io non ho più vent’anni e ho scoperto che può fare molto più male il sentirsi inutili delle persone. Mi auto impongo di stare calma, di restare lucida, di chiedere persino aiuto laddove temo di non capire da sola. Ho messo definitivamente da parte l’adolescente irosa pronta a sbattersene sempre di tutto e a negare di poter essere stata toccata, scalfita, addolorata da qualcosa o qualcuno.
Mi concedo di provare dei sentimenti, un’intera gamma addirittura. Magari non li sbandiero ai quattro venti, non li strillo, non li dico a bassa voce e nemmeno li penso con troppa intensità, però ci sono. Io li sento. E se incominciano a sentirli anche alcuni intorno a me allora forse esistono per davvero. Per il momento mi basta, ma mi riservo comunque un ampio margine di miglioramento: crescere, da quanto mi dicono, pare sia anche questo.

2 pensieri su “2018: l’anno in cui ho (ri)scoperto di essere umana

  1. coulelavie ha detto:

    tra le altre cose, poni giustamente l’attenzione su un punto interessante, diciamo pure fondamentale: le interazioni umane.
    ricordo che fin anche quindici anni fa, quando mi trovavo a discutere in un forum con gente (spietata e aggressiva) che aveva un’opinione diversa dalla mia, mi assaliva la rabbia di risponder loro subito essendo anche molto sgarbato… però per fortuna non cedevo a quelle tentazioni e, barcamenandomi un po’, riuscivo a ribatter loro per le rime, spesso portando loro a “sbroccare”, e ne andavo molto fiero…
    il fatto è che la gente non è capace neppure ad avere un semplice scambio di vedute con gli altri. vuole sormontarti. solo così si sente a posto. crede che quello sia il modo giusto di interagire, anche solo magari per non farsi schiacciare a sua volta. …e credo che le trasmissioni di maria de filippi non aiutino certo a crescere, in tal senso.
    beh, poi un giorno sono cresciuto, e oggi difficilmente mi scompongo se qualcuno mi critica… 🙂

    • giuliamiri ha detto:

      Hai ragione, quando si è più piccoli, complice il bagaglio delle tipiche insicurezze adolescenziali, basta davvero poco per farci tentennare. Io ero veramente spaventata da cosa pensassero gli altri.
      Poi ho capito che fondamentalmente mi interessa solo l’opinione di chi ha una qualche rilevanza per me. E comunque, a prescindere dall’affetto, ciò che penso io resta sempre la cosa più importante.
      Forse crescere è soprattutto questo 🙂

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