Cronache di una maleducazione sentimentale 7#

L’Amore arriva quando meno te lo aspetti
(e se ne va allo stesso modo)

Mattia. Mi sono sempre chiesta come si potrebbe riassumere una relazione di più di tre anni in poche righe. Io non ho il dono della sintesi, ma sicuramente anche qualcuno con una straordinaria stitichezza verbale avrebbe difficoltà nell’impresa.
È difficile dare un’etichetta a questa storia, probabilmente l’unica che varrebbe la pena raccontare in questo diario di fiaschi, perché, nonostante tutto, nonostante ci sia stata già ricamata sopra la parola “fine” senza troppi ghirigori, è stata una storia d’Amore.
L’unica storia d’amore.
L’unico ti amo che la mia bocca è stata in grado di pronunciare, l’unica persona con la quale abbia abbandonato le mie rimostranze verso l’amore, verso le coppie fisse, verso qualsiasi cosa potesse vagamente somigliare ad un impegno.
È stato la persona giusta al momento giusto, quella che mi ha fatto dare un calcio alla mia paura di andare a fondo in qualcosa e in me stessa. Avevo passato anni a chiedermi perché fossi così maledettamente incostante in tutti i rapporti, perché dovesse sempre arrivare quel momento in cui non desideravo fare altro che scappare. Come se la paura di persistere, di continuare a portare avanti un sentimento importante o solo più impegnativo del solito mi paralizzasse. “Ho paura della monotonia, dell’abitudine ed io lo so. Vorrei che la consapevolezza potesse bastare a combattere la mia odiosa e maledetta attitudine a rovinare e distruggere sempre tutte le cose belle che riesco a mettere insieme in momenti di spensieratezza e incurante coraggio. Come se fossi ubriaca. Forse dovrei vivere perennemente da poco sobria. Voglio trovare il coraggio altrove, in qualche posto dentro di me però”. Il motivo principale che mi portava ad odiare i rapporti umani era che il più delle volte rompevano qualcosa. Io mi sentivo totalmente incapace di gestirli, non sapevo prendermene cura e anche se avessi voluto sentivo che non sarei stata in grado di riuscirci. Ero e sono così diffidente che per conquistare la mia totale fiducia ci volevano e ci vogliono anni, forse secoli, mentre faccio passi indietro con una facilità a volte quasi spaventosa. Sono bravissima nella fuga, nella camminata all’indietro, neanche fossi un gambero.
Mi sentivo davvero brava nel rovinare cose, nel romperle senza dire una parola, sebbene la maggior parte delle volte ne dicessi anche troppe. Ma in quei casi no, in quei casi mi armavo esclusivamente di silenzi pesanti e taglienti, più taglienti delle pagine in cui sputavo fuori queste osservazioni.
Eppure lui ci riuscì a penetrare la mia barriera di silenzi, di diffidenza, di sfiducia totale nei confronti del genere umano.
Ed arrivò un momento in cui non solo gli permisi di avanzare verso di me, ma gli andai persino incontro, stanca, come un cavaliere errante che improvvisamente, dopo una lunga battaglia, sente per la prima volta tutto il peso della sua armatura. Così la tolsi, me ne liberai. Mi spogliai del tutto.
E mi fidai.
Parole che per me contavano più di un ti amo.
Io mi fido di te”. Capito? Mi fido di te. Non ti so quantificare quanto, non ti so fare un grafico che mostri l’andatura di mercato di questa fiducia, però mi fido. E c’era la grande premessa della mia indole da animale selvatico che non voleva essere addomesticato.
Quando ci rincontrammo, l’estate tra il primo ed il secondo anno di università, venivo da un periodo di cambiamenti devastanti. Tutte le mie amiche avevano in qualche modo intrapreso relazioni importanti: io ero l’unica che continuava a fuggire, a vivere in un mondo dove legarsi a qualcuno equivaleva ad una specie di missione suicida stile kamikaze.
E poi, pur volendo provare, non avrei potuto di certo trovare il tempo: mio nonno materno era morto in primavera e tre mesi dopo era stata la volta di mio cugino Daniele.
La sfiducia che avevo nei confronti dei sentimenti, del destino, della vita era indescrivibile.
Ma poi quell’estate rincontrai lui.
E ci rincontrammo nello stesso posto in cui ci eravamo conosciuti sei anni prima. Solo che io non ero più quella ragazzina sfrontata nella camicia di jeans oversize e il foulard celeste tra i capelli. E lui non era più quel ragazzino sbruffone che mi guardava sempre di sbieco. No.
Rivederci fu così strano.
All’inizio fu soprattutto imbarazzante, ma poi riuscimmo ad andare oltre, arrivando persino a ridere mentre ricordavamo insieme quel nostro primo incontro che faceva così tanto telefilm degli anni Novanta:
– Cos’è che ti avevo detto? “Tu da dove salti fuori?”
– No, peggio! Mi hai guardata con aria scocciata e m’hai chiesto “E tu chi sei?”
– Vero! E tu subito acidissima “Ma chi sei tu semmai”! Sei ancora così acida?
Ero anche peggio. E si innamorò di me anche per quello.
Le sere d’estate in quelle case di montagna, con il freddo e un po’ troppo vino che forse ci aiutò a trovare il coraggio per darci un nuovo primo bacio.
Il terzo primo bacio della nostra vita, il terzo primo bacio che però percepii come un primo vero bacio.
Era come se quel bacio volesse avvertirmi del fatto che non sarebbe stato un gioco. Non stavolta. Non si trattava più di giocare a farsi desiderare, a fingere di volersi conoscere, spingersi oltre per poi scappare.
Lui voleva me ed io volevo lui. D’un tratto le complicazioni a cui ero abituata, i “ma” e le premesse non ci furono. Dopo anni di “Sei la persona giusta al momento sbagliato” finalmente sentii “Sei la persona giusta”. Punto.
– E fammi indovinare, il momento è sbagliato? – avevo risposto ironica, già pronta a girare i tacchi come da copione.
– No. Sei la persona giusta e basta.
– Come e basta? Finisce così? Senza ma o però?
– Cosa vuoi che ti dica? Non me l’aspettavo nemmeno io.
Eravamo stati colti entrambi di sorpresa in modo clamoroso dalla vita. Mi piaceva pensare che, dopo tutta la sofferenza e le perdite di quell’anno, l’universo volesse consolarmi e tentare di riconciliarsi con me regalandomi un po’ d’amore. Solo che quel po’, lentamente, iniziò a crescere.
Scoprii che era bello svegliarsi con qualcuno accanto, era bello trovarsi un profumo non mio sui vestiti, era bello vedere la sua macchina fuori dal mio cancello e avere le vertigini. D’improvviso tutto quello che c’era stato prima non contava più: non un solo nome, non un volto di coloro che credevo avessero avuto un qualche peso nella mia esistenza, che pensavo mi avessero spezzato il cuore, poteva gravitare nell’orbita di questa storia.
Capii di non essere mai stata amata da nessuno prima, di non aver mai amato davvero nessuno prima e, di conseguenza, di non essermi mai fatta spezzare il cuore. Al massimo avevo ricevuto qualche graffietto. Ma questa volta era tutto completamente diverso.
Per la prima volta in vita mia capii cosa significava aprirsi ad un altro essere umano. Fu qualcosa di così impegnativo per me che soffrii nel farlo, come si può soffrire solo quando si apre una ferita profonda su un lembo di pelle. Ma sentivo che ne valeva sempre più la pena, quindi mi aprivo, mi lasciavo amare e amavo.
La bellezza del primo vero amore forse sta tutta qui: vivi con l’assurda inconsapevolezza che quella persona sarà l’unica ad entrare così a fondo dentro di te senza che tu abbia il tempo per accorgertene.
Sei ingenuamente convinto, pur non riconoscendolo apertamente, che nessun altro al mondo saprà vedere e amare quella quantità smodata di cose che aleggiano dentro la tua persona.
Per questo dicono tutti che ne vale la pena. Amare, ancora e ancora.


All’inizio non fu facile fare i conti con la paura di lasciarsi sopraffare da quei sentimenti e da quei momenti così travolgenti. Ma poi mi resi conto che non ero sola: stavamo naufragando insieme. Imparammo ad amarci così com’eravamo, con tutte le nostre differenze e i nostri difetti che però sembravano conciliarsi bene, come tutto il resto.
Ancora tu, purtroppo l’unica, ancora tu! – mi canticchiava quando facevamo pace dopo un litigio. Battisti diventò la colonna sonora dei nostri giorni insieme, quelli spesi tra casa mia e casa sua, quelli in cui finalmente arrivava la primavera e potevamo riabbracciarci stretti in motorino, nemmeno fosse un remake degli anni indietro, quelli d’estate quando durante i viaggi in macchina mettevo nello stereo il mio cd di Battisti e canticchiavo felice.
La paura era sparita perché mi bastava guardarlo negli occhi per avere la consapevolezza che lui aveva scelto me ed io avevo scelto lui. E già questo, già il sentirmi scelta liberamente da qualcuno senza alcuna remora mi fece capire che potevo abbandonarmi a quello che sarebbe stato. Perché sapevo che in ogni caso sarebbe stato magnifico.
La felicità di quel primo anno insieme fu la più intensa e sprovveduta che abbia mai provato. Trecentosessantacinque giorni in cui a volte tutto ciò che desideravo, che mi serviva, era rimanere sdraiata accanto a lui, senza pensieri, con la sensazione che il tempo fosse un’illusione. Non eravamo una di quelle coppie di cui avevo letto nei libri di Jane Austen ed eravamo certamente lontani anni luce dall’esserlo, eppure per la prima volta ne ero tremendamente felice. Per la prima volta quello che avevo mi sembrò migliore: perché era reale. E avevo la costante sensazione che il meglio dovesse ancora venire.
Ma forse il meglio che potevamo avere era quello e noi non lo sapevamo.
Perché poi, inevitabilmente, quella parentesi di incosciente gioia pura si chiuse e fummo costretti ad imbatterci in quello che c’era lì ad aspettare tutti i giovani adulti come noi: la vita.
Non pronunciai mai le parole “per sempre” con Mattia. E neanche lui lo fece.
Però sentivamo quello strano senso di predestinazione che ci toccava con mano e rendersi conto che non era così, che la vita vera non ci avrebbe risparmiati – e non ci risparmiò – che non eravamo diversi né speciali, fu sicuramente la parte più difficile da accettare per me.
Non posso fare una rassegna delle cose che abbiamo condiviso, sarebbe riduttivo ma soprattutto richiederebbe davvero troppo tempo e troppe pagine.
Posso però dire che tutto è servito, in fin dei conti.
Non è stato facile amare e lasciarsi amare, ma è stato qualcosa che mi ha fatto vivere intensamente più di tre anni della mia vita, anni nei quali ho imparato tanto su me stessa. Ed è questa la cosa più importante da sapere sui sentimenti: anche quando sembrano finire in malora, anche nella peggiore delle situazioni, anche quando la delusione pare divorare tutto quello che c’era stato prima, anche allora impareremo qualcosa di prezioso su noi stessi.
Per questo ne vale sempre la pena.
Lo so che è difficile crederlo mentre siamo in lacrime, mentre siamo lì ad arrovellarci su quello che non è andato e soprattutto sul perché prima andava e poi improvvisamente non più.
Ma poi le cose acquistano un senso.
Ogni gradino, ogni passo serve per arrivare in cima, un posto nel quale non dico che c’è tutto quello che sogniamo, ma sicuramente c’è una profonda consapevolezza delle proprie capacità. E questo vale più di cento telefonate d’amore, di cento baci, di cento orgasmi potentissimi.
Avevo paura di non essere pronta per scrivere di questa storia, temevo sarebbe finita in un enorme cumulo di commenti sarcastici su tutto ciò che, dopo la rottura, realizzai di non sopportare più in quella persona. Temevo fosse troppo presto.
Invece mi sono resa sempre più conto, giorno dopo giorno, che in realtà io ne ero fuori da un pezzo. La nostra storia era diventata come un enorme acquario dominato dalla monotonia.
Ed io oggi ne sono fuori, solo che ogni tanto mi incanto ancora a guardare attraverso il vetro i ricordi nuotare.
Perché, mentre all’inizio è facile concentrarsi sugli aspetti negativi, sulle cose che non vanno, poi la mente torna anche ai momenti felici. A quelli in cui un telo sull’erba e i baci sotto al sole sembravano il porto sicuro cercato da tanto, il giusto equilibrio tra poesia, scintille, passione e complicità.
Ma i ricordi sono come i palloncini pieni d’elio. All’inizio te li leghi al polso per paura che scappino via, ma poi, giorno dopo giorno, si sgonfiano. Si accartocciano su loro stessi.
Non dico che non debba restare nulla. Proust parlava di oggetti che ci ricordano momenti passati che si credevano perduti.
Ed io in fondo ci credo – del resto chi sono io per contraddire Proust? – ma credo anche che non bisogna ricercarli, che non bisogna vivere in essi. Ricordare sì, ma poi lasciare andare. I ricordi servono anche a rammentarci chi non siamo più. Forse sarebbe più facile prenderli come inviti a migliorarci.
Insomma, sono io quella che in un attimo ha cancellato ogni traccia, dalla camera, dal telefono, dai cassetti. Non una foto, non un messaggio, non un biglietto o un paio di calzini. Non un qualcosa che dicesse “sono passato di qua”, una damnatio memoriae che si palesa in un vuoto gigantesco della durata spazio temporale di tre anni e più. A restare sono tante domande inutili, ma soprattutto l’incredulità di come due persone che condividevano tutto, così d’improvviso, siano potute tornare ad essere due perfette sconosciute. La velocità con cui questo cambiamento incredibile si è manifestato. Un giorno sei il centro del mondo di qualcuno, il giorno dopo togli le foto dalle pareti e vuoi solo dimenticare.
O forse solo fare finta. Perché volente o nolente qualche segno rimane. Non visibile, come una foto, un livido o una ferita, qualcosa che fa ugualmente male ma che non vedi e quindi non puoi rimuovere con altrettanta facilità.
La consapevolezza.
La consapevolezza di aver amato, magari sbagliando in certi momenti. Di aver permesso che qualcuno entrasse dentro di te e gettasse il caos là, dove tu mettevi ordine da una vita. Di non aver impedito che si portasse via pezzi di te, pezzi talmente importanti e veri che non sai come recuperare. Ma più di tutto la consapevolezza di non poter fermare i ricordi quando si affacceranno, prepotenti ed incuranti di quella damnatio memoriae che a quanto pare a volte fa un po’ cilecca.
Tutto sommato però sono felicemente sorpresa di essere in grado, in modo del tutto spontaneo, di ricordare serenamente ciò che ho imparato da un Amore finito. Di poter dire, ora che sono qui da sola e posso mettere da parte per un attimo la mia maschera di sfrontata ironia, che probabilmente rifarei quasi tutto. Amerei come ho fatto e lascerei amarmi come ho fatto. Anche se mi sembrava difficile e pensavo di non esserne capace. Anche se a volte ho paura che non amerò più in modo così inconsapevole.
Ma del resto, è così che si vive davvero. Non attraverso le pagine scritte da altri, non attraverso le storie che inventi, non immaginando di fare cose che poi non fai.
Non c’è nessuna poesia nel mondo se non ce la mettiamo noi. Non una scintilla, non un briciolo di passione.
Sì, rifarei decisamente tutto, pure se avessi la certezza che sarebbe destinata comunque a finire. Questo è il vero coraggio: ci vuole coraggio ad amare ma anche ad ammettere che non lo si fa più.
Sembra impossibile, ma l’amore può finire e finisce e bisogna saperlo riconoscere, accettare.
Come quando rompi il vaso preferito di tua madre e, disperatamente, divorata dai sensi di colpa, tenti di incollare insieme tutti i pezzi. E magari ci riesci anche.
Ma per quanto il lavoro possa essere certosino, quelle crepe restano lì e ci restano per sempre. Ogni volta che guarderai quel vaso la prima cosa che vedrai non sarà più il vaso, ma le crepe. E ripenserai al momento in cui si è infranto per terra.
È così che succede con i rapporti. È così che è successo a noi. Abbiamo rotto quel qualcosa che ci rendeva felici, lo abbiamo rotto e abbiamo iniziato a vedere solo crepe dappertutto.


L’amore finisce e non credo sia importante interrogarsi sul quando, ma sul come.
Ancora oggi io non so dire come finisca un amore così, uno di quelli nel quale due persone investono tanto, in tempo, spazio e sentimenti.
Ma non tutti gli investimenti vanno a buon fine, ora lo so e difficilmente lo dimenticherò la prossima volta che avrò voglia di fermarmi accanto a qualcuno, io col mio carico di bagagli e le mie borse piene di pensieri e vecchi ricordi che immagino come barattoli con la chiusura ermetica.
Però so che prima o poi avrò di nuovo voglia di fermarmi, di togliermi quell’armatura che non ho esitato a rimettermi addosso. Quindi vado avanti, come un cavaliere errante.

Vado, erro, affronto nemici, mi perdo, uccido draghi e penso che tutto sommato non è affatto male salvarsi da sole.

4 pensieri su “Cronache di una maleducazione sentimentale 7#

  1. Katia ha detto:

    Mi sono emozionata e per certi versi anche ritrovata. A volte gli altri ti fanno da specchio , a volte si pensa di essere sbagliati, ma non è così … cerchiamo SOLO “l’autenticità sempre” … e non è facile. ciao

    • giuliamiri ha detto:

      Ciao Katia, grazie per le tue belle parole! Hai ragione, molto spesso ritrovandoci nelle parole degli altri capiamo tante cose su noi stessi, sulle nostre situazioni, sul nostro vissuto. Ma soprattutto capiamo la cosa più importante: non siamo mai soli (e quindi, a mio avviso, già solo per questo non possiamo essere sbagliati!).
      Un abbraccio e ancora grazie!

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