Cronache di una maleducazione sentimentale 5#

 Teen Age (maneggiare con cura)

 

Il primo giorno di liceo fu un completo disastro. Uscii da scuola con un groppo in gola e una gran voglia di piangere.
Io e Giulia ci eravamo sedute al secondo banco della fila vicino alla finestra. Nella nostra classe, la 4 C, eravamo ben 28 persone, per lo più ragazze. Le aspettative dei professori erano tante,  ci fecero chiaramente capire che la scelta di un liceo del genere, ci avrebbe condizionato la vita per i prossimi cinque anni.
Ed effettivamente così fu.
Di quei primi anni di liceo ricordo sicuramente gli infiniti pomeriggi di studio, la stanchezza e la mia miopia che aumentavano a dismisura, forse sollecitate dai vocabolari di latino e greco sui quali passavo almeno tre ore al giorno.
La mia storia con Mattia, conosciuto un mese prima che incominciasse ufficialmente il quarto ginnasio, durò appena due mesi – un vero record per me – e quando mi lasciò perché non volevo più vederlo dopo che si era dimenticato del mio compleanno, mi concessi qualche pianto in più rispetto a quelli che avevo concesso a Flavio il pessimo baciatore.
Mattia aveva un anno in più di me, aveva il motorino, capelli mossi castani, l’aria strafottente e parlava poco e niente. Probabilmente questo suo essere totalmente diverso da me, in tutto e per tutto, mi aveva ammaliata. All’inizio, dalla prima volta che ci siamo visti, l’ho detestato. Ma ormai mi conoscevo, quando trovavo qualcuno che suscitava in modo così violento, così vivace, il mio odio e la mia antipatia, in realtà significava che c’era dell’altro: mi stava piacendo e anche molto.
Non so perché in quegli anni mi approcciavo sempre così ai sentimenti: quasi come se chiunque, per potermi piacere, dovesse prima scatenare in me un odio smisurato.
Ma, allora come oggi, non potevo di certo perdonare qualcuno che aveva dimenticato il mio compleanno, giorno che, se potessi, renderei festività internazionale alla pari del Natale più o meno.
Quindi mi buttai a capofitto nello studio, cosa che mi riusciva anche piuttosto bene, nonostante accusassi le solite difficoltà in matematica di tanto in tanto.
E poi in pieno inverno, intorno febbraio di quel primo anno di liceo, un giorno accadde qualcosa.
La professoressa di latino e greco stava spiegando l’attrazione modale alla lavagna. Io, seduta accanto a Giulia, prendevo appunti con aria svogliata, quando qualcuno bussò alla porta della nostra aula. C’erano dei ragazzi della classe avanti alla nostra, la 5C, con delle sedie in mano. Avevano due ore di buco ed erano stati divisi perché nessuno poteva controllarli. Fu l’inizio della fine. Tra quel gruppetto di persone c’era lui, Lorenzo. Con i suoi piccoli occhi celesti, il suo naso un po’ adunco, l’espressione divertita.
Quando lo vidi per la prima volta non diedi peso più di tanto alla curiosità che quegli occhi mi suscitavano, anche se ne avevo visti pochi così glaciali.
Ma poi ci conoscemmo. Non f
u difficile, avendo tutti i professori in comune e le aule praticamente attaccate. Condividendo tante ore in uno stesso edificio, aspettando l’autobus alla stessa fermata.
E fu altrettanto facile innamorarsi di lui, come solo una quindicenne avrebbe potuto fare, quando poi scoprimmo di avere anche più cose in comune: l’amore per la scrittura, per la poesia, per i Dire Straits.
Per l’Alice di allora, quella che desiderava ardentemente la poesia, che non poteva vivere senza di essa, tutto ciò fu decisamente troppo per non innamorarsi.


Io e Lorenzo fummo buoni amici per i tre anni successivi. Lui stava con un’altra ragazza ed io la invidiavo profondamente, cercando di consolarmi pensando che a me restava qualcosa di bellissimo lo stesso: io avevo la magia. Avevo la gioia profonda di sapere che esisteva qualcuno al mondo che vedeva le cose come le vedevo io, che provava le cose con la stessa intensità, che credeva nella forza delle parole.
Ricordo che in quei momenti, nei momenti in cui condividevamo pensieri così profondi, intimi ed importanti, non riuscivo a capacitarmi del fatto che stesse con un’altra e non con me. Perché io lo sentivo, ne ero profondamente convinta, che ero io la persona perfetta per lui e lui quella perfetta per me. Sentivo che ci appartenevamo a vicenda e che eravamo destinati ad essere diversi insieme. “There’s a place for us”: come diceva la canzone, sentivo che c’era un posto per noi. Era solo il momento ad essere sbagliato. Ma per anni vissi nella convinzione che prima o poi il momento giusto sarebbe arrivato e noi saremmo stati insieme. Vivendo finalmente quella storia che non volevo con nessun altro.
La sciagura più grande che Lorenzo mi causò fu quella di diventare il mio metro di giudizio per cinque lunghissimi anni. Quando conoscevo un ragazzo, quando ci uscivo, ci parlavo e mi chiedevo se potesse piacermi, io subito, senza pensarci nemmeno due volte, lo paragonavo a lui.
E nessuno usciva mai indenne dal paragone con Lorenzo. Lui che con i suoi occhi li faceva tutti a pezzi nella mia testa, costringendomi a restargli legata come se fossi una prigioniera di guerra.
In quegli anni uscii con altri ragazzi sì, ma dentro di me restava comunque radicata la convinzione che fossero tutte solo persone di passaggio, persone in cui mi ero imbattuta mentre aspettavo LA persona, mentre aspettavo lui, perché a lui ero destinata, a lui sentivo di appartenere inevitabilmente.
A ripensarci ora mi viene da sorridere con nostalgia.
Perché non credo di essermi mai più sentita così. Non credo di aver mai avuto più sentori del genere, non credo di aver mai più provato con tanta ingenuità e convinzione la sicurezza che provavo in quei momenti, quelli in cui ero totalmente sicura non avrei mai potuto amare qualcun altro nella mia vita e nel mondo in quel modo.
E in un certo senso posso riconoscere di non aver avuto torto: non ho mai più provato un amore così puro per qualcuno. Un sentimento che si nutriva unicamente di sguardi, parole, poesia e cose che esistevano soltanto nella mia testa. Ma poi inevitabilmente crescendo capisci che non è di sola poesia che si può nutrire un sentimento, una relazione vera, una di quelle che vale la pena vivere.
Però io questo, quando passavo le serate al telefono con lui a parlare di tutto, di niente, dei nostri sogni, delle nostre parole, non potevo ancora saperlo.

Così, mentre mi struggevo d’amore per Lorenzo che stava con Francesca, cercai comunque di guardarmi intorno e trovare qualcuno con il quale valesse la pena intrattenersi, in attesa che l’amore della mia vita aprisse gli occhi.
Nell’estate tra il quarto e il quinto ginnasio rincontrai Mattia. Aveva ancora il motorino e ci furono piacevoli pomeriggi di luglio nei quali mi lasciavo convincere a salirci sopra e sfrecciavamo tra le macchine col vento caldo che ci soffiava in faccia e le mie braccia ben strette intorno al suo torace. Ricordo anche quando mi diceva di non avermi mai dimenticata, di non aver più trovato una ragazza come me. Ed io stranamente ci credevo.

Ma a settembre io ero di nuovo tra i banchi di scuola e Lorenzo era di nuovo lì, nell’aula accanto alla mia, con i suoi occhi azzurri che sembravano volermi dire proprio la stessa cosa: “non c’è un altro come me”. Quindi la mia voglia di stringere Mattia durante le corse in motorino fu risucchiata da quel vortice di sensazioni che mi si ingarbugliavano dentro quando Lorenzo a ricreazione veniva a piazzarsi di fronte a me per sbirciare cosa stessi leggendo.
Non c’era paragone, non poteva esserci e non ci sarebbe mai stato. Sapevo che tutti quelli che sarebbero venuti dopo Mattia avrebbero avuto lo stesso destino, sapevo che erano condannati ad essere cestinati perché non potevano reggere un confronto tanto scontato quanto inevitabile.
Quella volta a rompere fui io. Non ci furono pianti né dispiaceri. Non potevo stare con una persona che non fosse quella per la quale tutti i giorni il cuore mi balzava fuori dal petto.
E così ero di nuovo lì, in una polverosa aula di una polverosa scuola statale, intrappolata in un amore non corrisposto, il peggior tipo d’amore nel quale una quindicenne possa inciampare.
Ma credo sia una tappa inevitabile nella vita sentimentale di tutte le adolescenti.
Solo così possiamo imparare ad accettare che non sempre le cose vanno secondo i nostri piani, anzi.
Io però ci provavo a legarmi a qualcun altro. Nonostante continuassi a crescere, nonostante gli anni passassero, continuavo ad avere un ineccepibile talento per i casi umani.
L’estate prima del terzo anno di liceo incontrai in vacanza Alessio che andava ancora all’università nonostante avesse quasi ventisette anni. Le mie amiche erano assolutamente contrarie a questa mia relazione, soprattutto per la notevole differenza d’età. Ma si sa: le ragazze sono molto più mature della loro età mentre gli uomini restano perennemente bloccati intorno ai diciassette anni, quindi io spiegavo loro che in realtà era come se ci fossimo incontrati a metà strada.
Alessio adorava il cabaret, si era trasferito nella mia città per studiare teatro perché sognava di diventare comico, ma era iscritto a giurisprudenza solo per compiacere la sua famiglia.
Non era una vera storia, o almeno così ho creduto finché un giorno non iniziò ad illustrarmi dei precisi progetti di vita che includevano anche me.
Mi spaventò la nonchalance con la quale mi spiegò che non appena avrei compiuto diciotto anni mi sarei potuta trasferire da lui per poi sposarci dopo un paio di anni.
Non trovai di meglio che una fragorosa risata per rispondergli. Sì, va bene, cercavo l’amore, ma non era proprio in cima alla lista delle mie priorità.
A diciotto anni non mi vedevo di certo a vivere con un uomo che ne avrebbe avuti trenta. Mi vedevo a fare l’università, magari con Lorenzo, intenta a lavorare al mio primo romanzo o alla mia prima raccolta di poesie.
Così cercai di allontanarmi da Alessio e dai suoi piani di vita, ma lui ritenne che la mossa migliore per cercare di convincermi fosse quella di regalarmi un anello che fungesse da pegno del suo amore e da promessa che un giorno mi avrebbe portata all’altare. Cosa che io non volevo assolutamente.
Nel frattempo avevo finito anche il terzo anno di liceo con enormi difficoltà. Se la questione “c’è un pazzo ventisettenne che vuole accasarsi con me” poteva avermi vagamente distratta in quel lungo anno, mi trovai a dover gestire per la prima volta una situazione più grande di me. La situazione, o meglio la persona, era la mia nuova professoressa di greco e latino nonché vicepreside della scuola. A novembre, durante un’interrogazione di latino, feci il terribile errore di contraddirla davanti alla classe.
Da quel momento incominciò ad odiarmi e a non fare alcun tipo di sforzo per nasconderlo.
Le mie versioni iniziarono ad essere piene di segni rossi ed errori che non capivo.
Le mie interrogazioni erano lunghe e travagliate, riuscivo ad arrivare alla sufficienza solo per un pelo.

Quell’anno iniziai ad avere i primi problemi con lo stomaco, mangiavo pochissimo, arrivavo a scuola e vomitavo nei bagni. Iniziai ad avere attacchi di panico, a dormire male, ad avere bisogno di calmanti e ansiolitici. Così i miei decisero, non appena l’anno scolastico volse al termine, di ritirare il nullaosta e portarmi, con o senza il mio consenso, in un’altra scuola.
Fatalità o no, mi seguì una mia compagna di classe, Giada.
Non eravamo mai state granché amiche prima, soprattutto perché frequentavamo gruppi diversi di amici. I miei, cambiandomi scuola salvarono il mio già precario equilibrio mentale, ma mi diedero anche la possibilità di diventare amica di Giada.
Da quando approfondimmo la nostra conoscenza, tra i banchi di un altro liceo, tra altre persone, tra noi nacque una vera e propria simbiosi.
Ci siamo conosciute così a fondo che spesso lei sapeva cosa provo prima ancora che lo capisca io e viceversa. 


Cambiare scuola fu traumatico soprattutto per il fatto che non avrei più avuto Lorenzo ad un passo da me. Quell’estate avevamo passato parecchio tempo a parlarne.
Ma io in mente avevo solo una cosa: cosa sarebbe stato di noi? Di Alice e Lorenzo che passavano le ore a parlare di tutto e di niente? Di Alice che sentiva di esistere soltanto negli occhi azzurri di Lorenzo e di Lorenzo che probabilmente non sapeva niente o fingeva di non sapere?
Era bello ascoltare le sue mezze promesse e crederci. Credere che non sarebbe cambiato niente, che la nostra strana e fantomatica amicizia sarebbe rimasta intatta così com’era.
Ma la verità, che io non volevo proprio accettare, era che in quel rapporto di amicizia non c’era proprio niente. Era diventata solo una sconsiderata dipendenza affettiva, una mia dipendenza.
L’unico modo per recidere quel cordone ombelicale ormai malato era proprio quello di scappare. Cambiare aria. Non vederlo più tutti i giorni.
Io però non sapevo ancora niente di tutto questo. Ecco forse perché quei primi mesi nella nuova scuola cercavo continuamente il suo volto, i suoi occhi nel cortile. Tra le facce di quegli sconosciuti. Di chi non sapeva niente di me, di chi non poteva capire che quando mi mordevo il labbro e abbassavo la testa per farmi cadere i capelli sul viso stavo cercando di nascondermi.
Lui sapeva tutto di me o almeno così mi piaceva pensare.
E lì in mezzo, ero sicura di questo, non avrei mai potuto trovare qualcun altro che mi capisse e conoscesse come aveva fatto lui.
Ma i mesi cominciarono a passare e vedersi sembrava sempre troppo complicato.
Ogni volta pareva esserci un intoppo. Ora un compito imprevisto, ora un appuntamento improrogabile, ora Francesca.

Persino il giorno del mio diciassettesimo compleanno. Lui non c’era.
Finché la lontananza non mi aprì d’improvviso gli occhi. Non mi diede un sonoro schiaffo in pieno viso.
Perché dovevo continuare a restare aggrappata a qualcosa che non era e che probabilmente non sarebbe mai successa?
Perché dovevo aspettare qualcuno che probabilmente non solo non sapeva che io lo stessi aspettando, ma che magari nemmeno voleva essere aspettato?
Lorenzo era stato per così tanto tempo il sole intorno al quale ruotava il mio universo che non mi ero resa conto di essere diventata totalmente cieca a furia di tenergli gli occhi puntati addosso.
Quando hai solo diciassette anni è facile credere che la tua felicità dipenda da un’unica persona in tutto il mondo. Non riesci a vedere quanta strada hai ancora davanti, quante persone hai ancora da incontrare, quanto ancora devi scavare a fondo dentro di te e scoprire sentimenti ben più profondi.
Così iniziai a scavare. Iniziai a puntare il mio sguardo sulla strada che avevo davanti anziché continuare a concentrarmi su quella che mi lasciavo alle spalle. All’inizio continuavo a girarmi più di qualche volta. Poi divenne solo ogni tanto.
Andavo bene a scuola, ero finalmente serena e avevo ritrovato fiducia nelle mie capacità. Avevo ricominciato a scrivere e per la prima volta iniziai ad interessarmi a cose tipicamente da ragazza, come i vestiti. Prima non pensavo mai a cosa indossavo, le mie migliori amiche erano le Converse All Star nere. Lentamente incominciai a scoprire, in netto ritardo, la mia femminilità.
E forse di questo se ne accorsero anche i ragazzi che incontravo.
Un mio compagno di classe nella nuova scuola si prese una cotta per me, cosa che mi sembrava impensabile e totalmente assurda. Ma io invece pensai bene di uscire con un ragazzo decisamente discutibile. Si chiamava Daniele e aveva due unici interessi: le moto e scopare.
Io, candida e pura come una rosa selvatica, ero totalmente ignorante in entrambi i campi.
Probabilmente lui sperava che mi avvicinassi quantomeno al secondo insieme a lui, ma purtroppo, in quanto ragazza, giovane donna dotata di doppio cromosoma X, sognavo un approccio al sesso in pompa magna. Non dico fiori, candele, chiaro di luna e violini di sottofondo, ma una roba che ci andava piuttosto vicina. Quindi la nostra frequentazione era minata da questo baratro incolmabile, ma soprattutto dal fatto che non riuscivo ad immaginarmi in una situazione vagamente intima con qualcuno che non amavo come sentivo di aver amato – e ok, come credevo di amare ancora – Lorenzo il Magnifico. Ma avevo deciso di andare avanti e non mi sarei mossa d’un centimetro. Avevo giurato che quella porta sarebbe rimasta ben chiusa. Per sempre. D’altronde era rimasta aperta invano per così tanti anni.
Non rispondevo più quando mi cercava. Avevo cancellato il suo numero. Via ogni possibile tentazione. “Vai Alice, non mollare” mi ripetevo. Era il mio mantra. Andare avanti e smetterla una buona volta di guardarsi indietro. Dovevo liberarmi di lui, sapevo che non sarebbe stato facile e indolore perché lo avevo lasciato entrare nella mia anima come mai avevo permesso di fare a nessun altro.
E cacciandolo via probabilmente si sarebbe portato via parecchie cose, un po’ come chi ruba gli accappatoi e le saponette dalle stanze degli hotel.
Intanto l’inverno passava. A febbraio avevo smesso di vedere Daniele, perché fondamentalmente, per quanto mi impegnassi, sapevo che era solo una sorta di ribellione che conducevo contro me stessa e contro la parte di me che di tanto in tanto ripensava a Lorenzo.
Scegliere qualcuno che ne era la perfetta antitesi mi avrebbe forse resa felice? No.
Cercarne una debole e poco convincente copia poteva essere la soluzione? Assolutamente no.
Passavo sempre più tempo con Giada e lentamente iniziavamo a conoscere i nostri compagni di classe che, a dirla tutta, un po’ ci schifavano. Ma non perché fossimo vergognosamente brave in latino e greco. Principalmente perché eravamo due elementi estranei in un organismo – classe che si era ormai formato da tre anni. Ma riuscimmo comunque a stringere amicizia con due ragazze, Claudia e Valentina. E l’idea di partire per un campo scuola, cosa che nell’altro liceo sembrava pura follia, iniziò ad entusiasmarci.
Era marzo quando i miei ci accompagnarono in aeroporto con le nostre valigie piene zeppe.

Non avevo mai volato prima.
Ma soprattutto, la sera prima di imbarcare la mia valigia rosa in un aereo che ci avrebbe portate in Tunisia, avevo scritto a Lorenzo.
Avevo deciso che quel viaggio, quel mio primo viaggio da sola, poteva essere un perfetto spartiacque tra l’Alice che volevo lasciar andare e quella che sarebbe tornata. E, per quanto avessi capito di detestare gli addii, sapevo che un ultimo saluto era dovuto.
Lo dovevo a lui, per fare chiarezza una volta per tutte, per quello che aveva rappresentato. Ma soprattutto lo dovevo a me, a me che non credevo di poter essere tanto coraggiosa ma che invece lo ero. Avevo un potenziale enorme, dovevo solo imparare a tirarlo fuori e quello sarebbe stato il primo passo.
E così il 13 marzo 2009, con la valigia rosa che mi guardava dall’angolo della camera, con una totale mancanza di sonno – che avrei scoperto poi appartenermi perennemente prima di un viaggio – mi ero seduta al computer e avevo aperto la mia  casella e-mail.
Una e-mail di addio e di spiegazioni.
Una e-mail, la lettera d’amore 2.0 per eccellenza.
Chissà perché mi viene voglia di scriverti prima di partire per un qualche posto. Chissà perché, nonostante 
tutto, io abbia ancora voglia di scriverti.

In un certo senso c’ho rinunciato mesi fa a capire il perché di tutte queste cose, così come una parte di me, mesi fa, ha rinunciato a portare avanti un’amicizia, anzi, ormai mi sembra sbagliato anche definirla così, perché di fatto è stato sempre un mio morboso attaccamento ad una persona, te.

C’è quella parte di me che lo sa che sei una causa persa. Che se non ti lasciavo andare una volta per tutte ci sarebbe stato questo continuo tira e molla che mi faceva stare bene e poi soffrire per poi di nuovo star bene e ancora soffrire. Una cantilena fatta di tante aspettative e del rumore che fanno quando crollano.

Beh, lo sanno tutti che è meglio dare uno strappo definitivo, soffrire, star male, toccare il fondo per poi darsi la spinta coi piedi e riemergere.

Perché stavolta non è stato così? Sono mesi interi che non ci parliamo, non ci vediamo. Eppure in questi ultimi giorni mi sei tornato in mente, mi è tornato in mente il momento in cui la tua esistenza ha incrociato la mia. Pensavo che il fatto di non averci pensato affatto nei primi due mesi significasse aver chiuso per sempre, aver messo da parte quello che avevo condiviso con te, che ti avevo confidato. Riuscivo a scacciarti via dalla testa non appena qualcosa mi parlava di Lorenzo. Perché all’inizio era così semplice? Perché stavo bene. Ero felice. Non che ora sia triste, solo che è in questi momenti di malinconia, di emozioni più forti del solito, che ti cercavo. Che avevo voglia di sentirti, di parlarti. Oggi, prima di prendere quell’aereo che mi porterà in un altro continente, mi sento proprio così. E anche stavolta, anche oggi, con te non posso parlarci, perché se lo facessi sarei di nuovo al punto di partenza. Con te che mi riempi di belle parole. Sì, di parole. Quant’erano belle le parole che ci dicevamo, vero?Peccato che sono rimaste solo insiemi di stupide e inutili lettere che nella realtà non cambiavano mai niente. Che non facevano mai la differenza per davvero.

La verità è un’altra Lorenzo, e forse, se solo fossi stato più attento nel guardarmi, nel giudicarmi, l’avresti capita anche tu, visto che quando ti impegni, dopo tutto, sei piuttosto sveglio.

Per quanto non volessi ammetterlo, per quanto abbia tentato di cancellare dalla testa quest’idea totalmente assurda, per quanto io potessi cercare di essere obiettiva e razionale, dicendomi che tu no, tu non potevi essere, io ero incondizionatamente, totalmente, irrimediabilmente innamorata di te.

O di quello che pensavo tu fossi.

Ero innamorata, e vorrei dirti che esagero usando per la prima volta in tutta la mia vita questa parola, ma è la verità e io devo farla uscire fuori per poterla prendere a calci. Mi ero innamorata di quei mezzi sorrisi che facevi quando la mattina ci incontravamo, tu tutto preciso, con il maglione perfetto e le scarpe in tinta, io con i capelli scombinati, la felpa storta e le scarpe slacciate, in fretta e furia,per non fare tardi. Mi ero innamorata di come guardavi nel vuoto quando ascoltavi l’iPod in fermata, e non so cosa avrei dato per sbirciare dentro la tua testa. Mi ero innamorata di quando mi prendevi in giro e io mi arrabbiavo, ma mi arrabbiavo perché invece di essere realmente arrabbiata avevo la pelle d’oca. Mi ero innamorata della tua mente brillante, quella tua geniale originalità che riuscivi a mettere solo nelle poesie e nei rimproveri che mi facevi quando ti raccontavo delle mie disavventure in amore. Che poi, nel caso non l’avessi capito, tutte quelle storie non hanno funzionato anche per questo.

Mi ero innamorata di come tenevi stupidamente al giudizio delle altre persone, di come ti piaceva fare il caciarone tra la gente. Mi ero innamorata di come parlavi della musica,in particola modo di quella  musica e mi ero innamorata di quando mi dicevi “indovina che sto suonando?” oppure mi arpeggiavi Romeo and Juliet mentre ti parlavo al telefono, come al solito senza ascoltarmi. Ma in quei momenti non mi dispiaceva,perché avevo il cuore che mi schizzava da tutte le parti. Ma soprattutto, mi ero innamorata dei tuoi occhi. Quelli li ho amati da subito, poi. Di quell’azzurro che non ho mai visto prima, un azzurro che non esiste in nessun altro posto, di quell’azzurro che ogni volta che me li puntavi addosso mi facevano sentire come nuda, mi facevano sudare le mani e inciampare anche nei miei piedi. Eppure sono sempre riuscita a separare le due cose. Amicizia e Amore. Riuscivo a capire, dentro di me, quando ti dicevo qualcosa da amica, o quando parlavo da ragazza innamorata.

Ma pensa, buffa la vita, sei riuscito a farmi male più come amico che come..insomma,come ragazzo di cui ero innamorata. Negli ultimi tempi mi sono sentita completamente esclusa dalla tua vita ,da tutto quello che era il tuo mondo e che mi piaceva così tanto. Sono venuta a sapere che ti eri lasciato con Francesca per caso. Tu non me lo hai mai detto. E non sai quante ore ci ho perso chiedendomi il perché. Per quanto possa essere contraddittorio, ero preoccupata all’idea che tu potessi soffrire. Forse è questa la cosa più strana. Nonostante avrei detto, scritto, fatto, inventato qualsiasi cosa purché tu mi vedessi sotto un’altra luce, la cosa che più desideravo era continuare vederti sorridere, stare bene, vederti entrare come un uragano dentro la mia classe, anzi la mia vecchia classe, e riempirla di entusiasmo. Come avevi fatto con la mia vita. Quella per me era la cosa più importante. Ma forse tu non lo hai mai capito. E questo, mentre prima mi faceva sentire così strana, mentre all’inizio mi faceva stare male, ora mi rende contenta, soddisfatta di me e dei sentimenti che riesco a provare. Perché so per certo che un Amore così bello, anche se non corrisposto, non è alla portata di tutti. E pensare che in quei mesi ho cercato di non farlo vedere mai troppo, altrimenti quell’amicizia a cui ero così attaccata sarebbe stata compromessa, avrei rovinato tutto. Ma la cosa stava cominciando a condizionare troppo le mie scelte. Ma ora è tutto passato no? Ora che c’è rimasto di Lorenzo e Alice, quei due tizi che si conobbero per caso, quel giorno di sole, quando lui faceva il quinto ginnasio e si sentiva un uomo vissuto e lei, ancora una liceale ingenua, che lo riteneva né più né meno un comune ragazzo con dei begli occhi celesti ma in superficie? Niente. Solo Alice e solo Lorenzo. E poi quante cose sono cambiate. Quante. E adesso quei ricordi mi tornano in mente veloci come fulmini, più o meno come i flashback dei film. Muti,  senza parole. C’erano i miei occhi che brillavano che dicevano più di ogni altra parola, e questo mi fa proprio male, mi fa paura. Perché avevo così paura di quello che provavo? E perché ora ho paura che non lo proverò mai più per nessuno? Perché ti amavo così tanto? Perché ti amavo al punto da non voler nessun altro, da non cambiare scuola solo per rimanere quell’anno in più vicina a te? Quella parte di me, quella fermamente convinta che lasciarti andare per la tua strada senza starti più appresso,sia stata la cosa migliore, la più sensata, vorrebbe cancellare tutto, continuare ad andare solo avanti, senza guardare più indietro, ed essere felice come lo sei stato tu, perché in fondo credo di meritarlo anche io.

Ma quell’altra parte vorrei rimanere aggrappata a te ancora un po’.

Sei stato la mia droga per anni e sto cercando di disintossicarmi. Solo che a volte la tentazione di rilasciarmi andare è forte. Così forte che a volte ho paura di cedere e di fare il tuo numero e poi. Poi che succederebbe?
Non lo so, perché poi, per fortuna, faccio pace con il cervello e mi convinco che sarebbe la cosa più sbagliata anche per te.

E tu devi essere felice, perché io ti amavo molto e volevo solo questo. E nonostante le cose sono cambiate, nonostante tutto, nonostante non siamo più quello che eravamo prima, anche ora, in fin dei conti, lo voglio.
Sii felice. E lo sarò anche io.

Sarebbe stato bello avere finalmente il lieto fine. Se la vita fosse una serie tv probabilmente quello sarebbe stato il momento in cui i due liceali si sarebbero confessati il loro amore reciproco e finalmente sarebbero stati insieme, felici. Bam. Fine, titoli di coda, canzone strappalacrime che lascia il pubblico intontito, appagato ma al contempo offuscato dal desiderio di conoscere quello che accadrà dopo.
Ma quella era solo la vita. E tutto sommato credo che le cose non sarebbero potute andare meglio di così. Perché probabilmente, se fossimo stati insieme, le cose non sarebbero mai potute essere all’altezza delle aspettative che avevo. Quindi è stato meglio vivere e lasciar andare questa storia, restando per sempre con il sospetto che avrebbe potuto essere magnifica, senza mai sapere se lo sarebbe stata davvero.
Le cose non dette, non fatte hanno questa magia: ci si può ricamare sopra. All’infinito.
Lorenzo mi rispose. Trovai la risposta nella ‘Posta in arrivo’ quando tornai dal campo scuola. Disse che probabilmente lo aveva sempre saputo ma che “non c’è più cieco di chi non vuol vedere”.

Ci rivedemmo un anno dopo, alla festa di un’amica in comune. Qualche giorno dopo mi chiese di andare al cinema insieme, io e lui.
Risposi di no.
Quello fu il momento in cui ho iniziato a credere nel tempismo.
Ed il nostro tempo era passato, andato.
When you gonna realise it was just that time was wrong, Juliet?

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