Cronache di una maleducazione sentimentale 4#

Antipasto di adolescenza


L’inizio delle scuole medie fu l’inizio di uno stravolgimento fisico che durò per anni e che probabilmente era ancora in atto fino a qualche anno fa.
Innanzitutto dall’anno precedente, dopo aver finalmente preso tutti i brevetti di nuoto, ero riuscita a convincere i miei ad iscrivermi a pallavolo, nella squadra dove giocavano tutte le mie amiche di classe.
Ecco perché a scuola ci andavo quasi sempre in tuta; quando finivano le lezioni scappavamo tutte ad allenarci.
Il terzo giorno di prima media mi venne il ciclo.
Diventai signorina, come dicevano tutti.
In realtà quando vidi le mie belle mutandine chiazzate di sangue pensai: “Niente panico non stai per morire, doveva succedere” e poi esultai, vagamente felice. Come se avessi ottenuto chissà quale vittoria. Che ingenua. L’entusiasmo durò quella manciata di minuti sufficienti per sistemare un assorbente. Il giorno dopo, mentre cercavo di camminare normalmente e cacciare via la fastidiosa sensazione di indossare un pannolino, avrei pagato qualsiasi cifra pur di tornare l’Alice bambina di appena 48 ore prima. Signorina un cavolo! Ma ormai il guaio era fatto.
La mia classe era numerosa, eravamo trenta persone, di cui ne conoscevo appena la metà. La cosa però non sembrava toccarmi più di tanto finché ero al banco con la mia amica Giulia.
Ma i professori volevano che legassimo tra di noi, così ci sottoposero ad una crudele assegnazione casuale di posti con tanto di bigliettini sui quali avevano scritto i nostri nomi.
Quel giorno finii al terzo banco della fila vicino alla finestra con accanto a Simone, il ragazzo più bello della classe, quello a cui tutte facevano un po’ gli occhi languidi.
A me ricordava un castoro e la mia stima nei suoi confronti, che già non era poi alle stelle, rasentò il fondo il giorno in cui mi chiese se fosse la Terra a girare intorno al Sole o viceversa.
Intanto continuavo ad ampliare i miei orizzonti letterari, avevo iniziato a leggere libri più impegnativi, ma soprattutto la mia professoressa di letteratura aveva fatto notare ai miei genitori una certa predisposizione per la scrittura.
Se con la matematica continuavo a combinare disastri e a sentirmi perennemente inadeguata, quando buttavo giù i temi era come se mi si creasse attorno una bolla che mi isolava dal resto della classe, della scuola, del mondo.
Nonostante le ostilità con la matematica, andavo troppo bene in tutte le materie per non finire con l’essere additata, insieme alla mia amica Giulia, come la secchiona della classe.
Un giorno, come segno di protesta e di emancipazione, non so ancora bene da chi o da cosa, mi feci tagliare tutti i capelli. Avevo dei bellissimi boccoli castano chiaro che in pochi minuti caddero a terra, lasciandomi con un taglio da maschio che mi piaceva portare spettinato.
Non avevo considerato che la mia totale mancanza di forme e curve mi potesse far somigliare per davvero ad un maschio.
Fortunatamente quando ricominciò la scuola, il settembre successivo, i capelli erano ricresciuti, il dentista mi aveva tolto l’apparecchio e incominciai ad avere un leggerissimo accenno di tette e fianchi.
“Alice, sei una signorina” mi ripeteva mia nonna ogni volta che mi vedeva.
Ma continuavo ad avere un problema non da poco: trovavo i miei coetanei dei perfetti imbecilli.

Ricordo quegli anni come gli anni in cui lessi per la prima volta libri come Orgoglio e Pregiudizio, Jane Eyre, Madame Bovary. Libri che mi fecero capire due cose: la prima era che, non importava come, non importava quanto sarebbe stato difficile, io avrei avuto un amore d’altri tempi, un amore ponderato, elegante ma anche passionale e viscerale, di quelli che consumavano l’animo delle mie eroine letterarie.
La seconda, non meno importante, sarei diventata una scrittrice. Questa specie di rivelazione che avevo avuto, grazie soprattutto alla guida e alla fiducia della mia professoressa di italiano, mi aveva aperto gli occhi sulla strada che avrei voluto imboccare. Improvvisamente mi resi conto che non facevo altro e non volevo fare altro che scrivere. Scrivevo di tutto, poesie, filastrocche, storie, lettere, pagine di diario.
E, straordinariamente, quando scrivevo mi esprimevo molto meglio di quanto non sapessi fare a voce. In quel periodo lessi per la prima volta le poesie di Leopardi, Montale, Ungaretti, Saba e incominciai ad appassionarmene sempre di più.
Questo non fece che alimentare le distanze con i miei compagni di classe, nonostante avessi Giulia. Eppure tutto ciò non mi impedì di prendermi una cotta gigante per Mario.
Dal nome avrei dovuto capire che era assolutamente lontano miliardi di anni luce dal mio ideale di uomo ottocentesco dedito alle buone maniere e alla cortesia. Portava i jeans strappati e calati, come andavano di moda in quegli anni, aveva delle labbra molto carnose e le orecchie a sventola. Non era affatto bello, ma non riuscivo a non farmelo piacere.
Così decisi di fare l’unica cosa che potevo fare per cercare di liberarmi di quella scomoda ed imbarazzante cotta al più presto: litigarci. In continuazione. Non c’era giorno in cui non discutessimo, per qualsiasi cosa.
Anche quando si fidanzò con Federica, la bellona della classe, continuammo imperterriti ad urlarci contro, ricordandoci calorosamente quanto ci detestassimo. Finché, inevitabilmente, le persone intorno a noi iniziarono a capire che forse mettevamo un po’ troppo pathos nel litigare.
Inclusa la povera ma splendida Federica dalle ciglia lunghe.
Nel frattempo però, per deviare i sospetti e per non sentirmi troppo indietro rispetto alle mie compagne di classe, avevo mollato il mio primo bacio a Simone il belloccio. “Se devi darlo al primo che capita, quanto meno fai che sia carino!” mi ero detta.
Di quel bacio ricordo solo i suoi dentoni che intruppavano i miei, il senso di apnea e la concentrazione per cercare di coordinare la mia lingua alla sua. Insomma, un totale disastro, come ogni primo bacio che si rispetti. Ma io volevo essere pronta, nel caso Mario si decidesse una buona volta a baciarmi, tra una litigata e l’altra.
In realtà quel bacio non arrivò mai. Vorrei prendermi una licenza poetica e farvi sognare, ma la verità è che quando andammo in campo scuola e lui voleva finalmente, e giustamente, mollare Federica la bella ma stupida, provò a baciarmi. In un lurido bagno pubblico. E c’era troppa poca poesia per i miei gusti, quindi appena le sue labbra carnose sfiorarono le mie e capii le sue intenzioni mi tirai indietro: non gli avrei dato il nostro primo bacio in un lurido gabinetto, io volevo la poesia.
Ma si sa, ai maschi dell’atmosfera e delle aspettative femminili non interessa granché.
Così non solo non lasciò Federica, ma gli disse anche che io lo avevo baciato.
Dell’amicizia di Federica con le sue lunghe ciglia non me ne poteva importare di meno, mentre invece mi mancava litigare con il ragazzo dalle orecchie a sventola.
Così, viste le difficoltà nel trovare quelle leggendarie scintille nei miei coetanei, provai a buttarmi su qualcuno un po’ più grande di me. Si chiamava Flavio e non era bello nemmeno un po’, andava già al liceo e aveva il motorino, al quale logicamente non potevo nemmeno avvicinarmi per ordine supremo dei miei.
Lui però un po’ mi piaceva, con quell’aria perenne da cucciolo smarrito e la bocca carnosa che ricordava un po’ quella di Mario. Insomma, se non potevo avere le scintille almeno qualche lieve sputacchio luminoso era concesso, no? Nessuno poteva prevedere che Flavio baciasse da fare veramente schifo, persino per me che non ero poi un’esperta baciatrice all’epoca.
Ricordo questo dettaglio in modo chiaro, probabilmente perché consideravo e considero i baci una sorta di scala di valutazione entro la quale giudicare il livello di compatibilità. E tra noi ce n’era davvero pochissima, motivo per il quale durò all’incirca due mesi. Mi mollò lui, prima di una partita di pallavolo, con uno squallido sms. Squallido come i suoi baci.
Mi sentii in dovere di versare le lacrime per quella che, di fatto era stata la mia prima “storia” ufficiale, perché nei film si faceva così. Dunque piansi un po’ e poi decisi che i suoi baci erano stati davvero troppo disgustosi per poter essere rimpianti a lungo.

Intanto, tra una disavventura e l’altra, cominciavamo a riflettere sul dopo.
Io e Giulia ci iscrivemmo ad un liceo ginnasio statale vicino al nostro quartiere, facendo espressamente richiesta di essere in classe insieme. Avevo fatto la mia scelta in modo piuttosto scontato, lo sapevo già cosa avrei voluto fare anche dopo il dopo. Stavo già facendo dei corsi di alfabetizzazione al latino e al greco, continuavo a scrivere e a leggere nel mio tempo libero e non vedevo l’ora di fare gli esami per liberarmi una volta per tutte dall’incubo delle medie.
L’idea di cambiare scuola, cambiare aria, cambiare routine mi entusiasmava molto e mi riempiva di aspettative, come al solito. Attendevo quel settembre carica di buoni propositi e trepidazione.
Ma per la prima volta in vita mia ebbi paura di non essere all’altezza.
Una paura che poi, come avrei scoperto di lì a poco, m’avrebbe seguita costantemente per anni e anni, come una perenne nube sulla mia testa.
Era un venerdì ed era il 24 giugno quando feci l’interrogazione orale per gli esami di terza media. Ricordo la mia tesina di dieci pagine, che all’epoca sembravano tantissime, il mio inglese sgangherato, il mio francese improvvisato, l’urlo di gioia appena uscita, l’abbraccio di Giulia che mi bisbigliò nell’orecchio: “Bravissima!” prima di entrare dopo di me.
E poi ce ne tornammo a casa, pensando che finalmente eravamo libere di vederci tutti i pomeriggi, chiamarci a tutte le ore, passando le giornate a fare progetti per il liceo.
Il martedì successivo eravamo insieme, per l’ultima volta davanti a quella porta, a guardare i risultati di quegli esami passati a pieni voti.
Fu durante quell’estate di transizione che incontrai Emiliano. Io avevo ancora tredici anni, lui ne aveva diciassette. Era di un’altra città e, come da manuale, ci conoscemmo al mare a luglio.
Era molto più maturo dei ragazzi a cui ero abituata, ma soprattutto era un grande romantico. Probabilmente per questo pensai  di aver trovato un po’ di quella tanto agognata poesia, le scintille. In effetti la poesia c’era: Emiliano mi scriveva davvero dei versi, alcune li ho conservati da quando, i primi di agosto, venne a trovarmi e me li regalò. Poesie melense e piene di smancerie come solo quelle di un ragazzo innamorato possono essere.
Cose tipo “la passione nuota tra il sapore / che mi dai tu in queste ore”, “la tua voce nel silenzio, / musica che alimenta il mio cuore”, “due splendide perle/ sono i tuoi occhi” o ancora “nel cielo tra le stelle / ci sono i tuoi occhi a portarmi compagnia”.
Avevo la poesia finalmente. Tanta, tantissima, spudorata poesia.
Troppa poesia.
Fu così che capii di non volerne una quantità così smodata.
Quello stesso mese decisi di andare a trovare una mia amica in montagna. Fu lì che incontrai Mattia, il ragazzo con cui sei anni dopo mi sarei buttata a capofitto in una relazione durata più di tre anni.

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