Cronache di una maleducazione sentimentale 3#

L’infanzia

Ero una bambina vivace, con un’immaginazione piuttosto fervida e condannata all’incapacità totale di accettare che qualcuno mi contraddicesse.
Fondamentalmente, mi rendo conto di non essere cambiata poi molto in questo.
Quando ero piccola abitavo in un quartiere di Roma nord, vicino ad una grande e nota via di negozi. La nostra casa non era grande, ma più che sufficiente per tre persone. Mi piaceva passare le ore a disegnare, poi trasformavo quei disegni in aeroplanini di carta e li facevo volare dal balcone. Mi piaceva stare seduta con le cosce infilate nella ringhiera per tenere le gambe a penzoloni. Mia madre mi urlava sempre contro quando mi vedeva così, contravvenendo ogni norma di sicurezza dettata dal puro buonsenso.
Abitavo di fronte a quella che allora consideravo la mia amichetta del cuore e passavamo ore ed ore a parlare dai balconi, gridando per poterci sentire e facendo girare i passanti per strada. Ci conoscemmo il primo giorno di asilo, dove incontrai anche Gianmarco.
A voler essere proprio precise, la primissima cotta della mia vita fu quella per un mio amico nato cinque giorni dopo di me, le nostre famiglie si conoscevano già da tempo e quindi siamo cresciuti praticamente insieme. Si chiamava Andrea ed io sapevo pronunciare a malapena il suo nome quando, sulla spiaggia vicino alla casa che i nostri genitori affittavano per le vacanze estive, gli correvo malamente dietro con le braccine tese, elemosinando un po’ di amore.
Ma il fato già allora non mi era propizio, quindi tutto ciò che rimediai da Andrea furono dei mozzichi tremendi.
Lui mi mordeva ed io continuavo a rincorrerlo: probabilmente avrei dovuto capire sin da subito che la mia vita amorosa non sarebbe stata proprio una passeggiata di salute.
Gianmarco aveva il classico taglio di capelli da bambino, a forma di scodella rovesciata. Lo ricordo solo vagamente, nel suo grembiulino bianco e celeste a quadretti, mentre disegnava aeroplani due banchi accanto al mio.
Questa era la sua principale passione: gli aeroplani. Sperai di diventare quantomeno la seconda, ma non fui granché fortunata.
Cercai di farmi insegnare da mio padre a disegnare aeroplani, così da poterlo stupire, da potergli regalare meravigliosi disegni come pegno del mio amore. Ma sembrò non essere sufficiente, così passai direttamente alle merendine: le rubavo ai bambini che ne avevano in abbondanza e le regalavo a lui. La Robin Hood degli innamorati e delle merende.
D’altra parte non si dice forse che la via per arrivare al cuore di un uomo passa per lo stomaco?
Mi ero persino inimicata il bambino grasso che picchiava tutti, Davide, per portare avanti questo mio corteggiamento sfrontato destinato al fallimento.
Nonostante tutto però non mi persi d’animo. E quando i miei iniziarono a frequentare una nuova coppia di amici che avevano un figlio di nome Manuel, decisi che potevo anche lasciarmi alle spalle Gianmarco e i suoi stupidissimi aeroplani. In fin dei conti cosa avrebbe potuto offrirmi un moccioso che passava le sue giornate a disegnare e parlare di veicoli volanti?
Manuel aveva quattro anni in più di me, alto e biondino, adorava i cartoni della Disney, in particolare Il re Leone. Giocavamo spesso, insieme a sua sorella Martina, al re Leone e ai Power Ranger. Era anche un vero gentleman perché oltre ad assicurarsi sempre che io avessi l’esclusiva del Power Ranger giallo, il mio preferito, era disposto a far fidanzare i suoi Action Man con le mie Barbie. Ovviamente ci fidanzammo anche noi e ne eravamo molto felici.  Ricordo ancora tutti gli splendidi disegni che facevo per lui e come odiavo mia madre quando, le volte in cui eravamo invitati a cena a casa sua, non mi lasciava mettere i vestiti che volevo io o mi costringeva ad indossare un orrido cappello multicolor con degli imbarazzanti pon pon.
Manuel mi voleva bene, non mi mollò nemmeno quando, durante una vacanza insieme in Sardegna, mi venne l’impetigine e mi riempii di bolle ovunque e dovevo cospargermi di creme e unguenti dall’odore non proprio allettante.
Ma era troppo bello per durare. La sua famiglia fu costretta a trasferirsi per questioni lavorative del padre.
Le promesse di restare insieme, di continuare il nostro amore giovanile a distanza, furono vane. All’epoca ero troppo piccola per sapere cosa fosse l’amore di lontano, ma mi piace pensare che, se fossimo vissuti tra il 1100 ed il 1200, la nostra sarebbe potuta essere una splendida storia d’amore tra due persone costrette da entità superiori a separarsi.
Così, quando sembrava avessi trovato l’ultimo esemplare di cavaliere ancora in circolazione, fui costretta a ritornare alla mediocrità dei miei coetanei.

Nel frattempo avevo imparato a leggere grazie ai Topolino, ai Diabolik e alle Pagine Gialle che avevo dentro casa. Iniziai le elementari con la mia amichetta del cuore sempre accanto, adoravo andare a scuola perché finalmente potevo iniziare a prepararmi per la carriera a cui ambivo da qualche tempo: scrivere e disegnare fumetti. Avevo deciso che sarei diventata una fumettista principalmente perché univa le mie due grandi passioni, quella del disegno e dell’inventare storie, anche se ancora non avevo iniziato a scriverne nessuna.
La mia maestra di italiano era molto dolce e si chiamava Giulia. La maestra di matematica invece era terrorizzante, probabilmente tutti i miei problemi irrisolti con la matematica sono dovuti in parte anche a questo.
Ricordo poco della prima elementare, solo un sacco di visi che poi non avrei più rivisto perché di lì ad un anno e mezzo mi sarei trasferita nella nuova casa, in una zona totalmente diversa della città.
Però c’era Valerio, lui me lo ricordo bene. Con i suoi capelli color miele, gli occhi azzurri e gli occhiali. Era palesemente uno sfigato. Ed io ovviamente lo trovavo irresistibile. Anche da questo avrei dovuto capire tante cose, ora mi rendo conto che la mia sconsiderata e malata attrazione per i disagiati è sempre stata una piaga alla quale sono destinata praticamente da sempre.
Valerio non mi calcolava neanche per sbaglio. Stava sempre con Carlotta che, manco a dirlo, odiavo, con i suoi capelli color topo e i quaderni con gli ippopotami disegnati sopra.
Ma avevo decisamente smesso di rubare merendine per chi non mi guardava.
Qualcosa mi aveva illuminata e avevo capito che quella, forse, non era la tecnica migliore per cercare attenzioni senza sembrare disperata. Così adottai la tattica che tuttora, molto spesso, preferisco: la totale e assoluta indifferenza.
Fingevo di ignorarlo, fingevo di non accorgermi nemmeno della sua presenza e giocavo ora con Francesco, a cui puzzava terribilmente l’alito, ora con Giuseppe che era un secchione, ora con Damiano che mi regalava le caramelle, ora con Paolo a cui piacevano le barche.
Però non ho mai saputo se la mia strategia avesse funzionato, perché, per l’appunto, mi sono trasferita e ho cambiato scuola. A parte la mia amichetta, non ho più rivisto nessuno di loro.
La nuova scuola non mi piaceva affatto.
La maestra di italiano mi faceva paura, quella di matematica aveva troppo spesso i denti sporchi di rossetto. La classe si era già formata l’anno prima, quindi mi sentivo un pesce fuor d’acqua.
Ma c’era un’altra bambina nuova, una bambina che aveva fatto la primina e dunque si era unita soltanto da poco a quel gruppo di perfetti sconosciuti.
Quella bambina sarebbe diventata una delle mie migliori amiche e si chiamava Giulia.

Nella nuova scuola, anche grazie a Giulia, ben presto mi ambientai. E in quegli anni iniziai anche a leggere libri su libri, prima quelli delle serie per bambini del Battello a Vapore, poi i classici per bambini come Il piccolo principe, Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, Piccole donne, Pattini d’argento. Ma soprattutto, sempre in quegli anni e sempre grazie a Giulia, incominciai a capire che tutte quelle storie che ero solita creare nella mia testa, con la convinzione che un giorno si sarebbero trasformate in fumetti di successo, potevano essere già messe per iscritto.
Ci piaceva molto scrivere a quattro mani: avevamo dei quaderni dove scrivevamo le nostre storie che cercavamo di accompagnare con dei disegni.
Fu  quello il periodo in cui ci imbattemmo in uno dei libri che ci avrebbe cambiato la vita. Raccontava le vicende di uno strano bambino che in realtà era un mago e aveva una cicatrice a forma di saetta sulla fronte. Si chiamava Harry Potter e da quel momento, per i successivi dieci anni, fu per noi una sorta di amico immaginario comune.
Ancora oggi sono una fan accanita di Harry Potter. L’unico tatuaggio che ho è proprio un omaggio alla saga che ho letto e riletto con una passione viscerale. Passione che mi portò poi a legare anche con altre bambine della mia classe.

Leggere e scrivere però non giovava alla mia postura, per questo il medico di famiglia consigliò ai miei di iscrivermi a nuoto.
Logicamente, come ogni volta che mi si imponeva qualcosa, odiai sin da subito nuotare.
Odiavo l’odore del cloro, odiavo tornare a casa con gli occhi sempre rossi, odiavo la cuffia di silicone che mi tirava i capelli, odiavo il costume blu intero che mi si infilava nel sedere, odiavo dovermi fare la doccia insieme agli altri bambini e odiavo dover tagliare i capelli perché così facevamo prima ad asciugarli.
Odiavo anche Matteo, il bambino grassoccio con i capelli ricci che partiva dopo di me ma non aspettava che io arrivassi a metà vasca come diceva l’istruttore, così puntualmente mi ritrovavo le sue dita sulla pianta del piede mentre cercavo di finire la vasca di stile libero e mi facevano il solletico.
A farmi odiare un po’ meno la piscina arrivò Massimo: era della mia stessa scuola ed era più grande di un anno.
I nostri papà erano anche diventati amici a furia di aspettare che finisse la nostra ora di allenamento. Così iniziai a scrivere racconti su racconti che avevano per protagonista questo bambino con i capelli castani, gli occhi blu ed un sorriso beffardo.
Ma non mi sentivo sufficientemente bella per il Massimo della realtà, così mi accontentavo di quello a cui davo vita sulle pagine dei miei quaderni.
Con il senno di poi, credo sia quello il momento in cui ho iniziato a preferire tutto ciò che riuscivo a creare nella mia testa a quello che c’era fuori. La curiosità che mi spingeva a tenere gli occhi incollati sulle pagine di un libro fino a tarda notte o durante le feste di compleanno dei miei compagni di classe, mi ha iniziata ad un mondo che poi, col passare del tempo, mi ha assorbita completamente. E trovandomi a mio agio in quel mondo, inevitabilmente ho iniziato a soffrire in modo snervante quest’altro.

Solo che c’è un dettaglio non proprio trascurabile: è questo il mondo reale, quello in cui vivo davvero.

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