Cronache di una maleducazione sentimentale 2#

Alla ricerca dell’inizio perduto
o anche «Lasciate ogne speranza, voi ch’ intrate»

Oggi per caso, mentre avrei dovuto decisamente fare altro, mi sono ritrovata a riflettere sulla mia trascorsa vita sentimentale.
Ho solo 25 anni, quindi non posso di certo mettermi a dispensare consigli o ad elaborare teorie, tuttavia, in mio favore, posso dire che gli ultimi anni mi hanno messa sempre più spesso davanti a situazioni tipiche e – soprattutto – non.
Lo so che ognuna di noi nel profondo si sente una novella Carrie Bradshaw con le sue perle di saggezza,  quando la verità è che nell’armadio non abbiamo Manolo Blahnik ma per lo più i décolleté scontati del 30% di Zara, e soprattutto le nostre (dis)avventure non hanno mai ispirato la sceneggiatura di un telefilm di successo.
Dunque non ci resta che armarci di pazienza e condividere le nostre lezioni di vita con le amiche, davanti ad un caffè o metterle per iscritto nella speranza che qualcuno ci chiami per comprarne i diritti o che qualche nostro ex non ci citi in tribunale.
Da dove dovrei cominciare? Da Gianmarco, il bambino che all’asilo amava disegnare aerei e per il quale rubavo merendine? Estremamente romantico, rubare agli altri per qualcuno che ovviamente non mi guardava nemmeno per sbaglio. Ma i maschi sono un po’ tardi, estremamente più lenti di noi femmine, è risaputo.
Quindi, mentre aspettavo che il loro cervello troglodita raggiungesse la giusta maturità, divoravo libri che mi avrebbero dato una visione irrimediabilmente distorta dell’amore. E alle medie arrivò il primo bacio, con il mio compagno di banco che mi propose romanticamente di pomiciare di tanto in tanto senza impegno. Ma io miravo a qualcosa di più. Mi trovai un fidanzatino che, destino beffardo, baciava malissimo e mi mollò pure dopo qualche settimana. Ho pianto lacrime amare per il pessimo baciatore, perché così voleva il galateo della relazione perfetta, finché non ho capito che dovevo muovere verso orizzonti più rosei. Era il periodo in cui Jane Austen mi aveva illusa potesse esistere anche nel XXI secolo un amore come quello di Elizabeth Bennet e Mr Darcy. E infatti incontrai un ragazzo quattro anni più grande che mi scriveva poesie d’amore, che abitava in un’altra città e che era persino disposto a prendere un treno per venire a trovarmi di tanto in tanto. Il problema, quando sei un’adolescente confusa, è che nel momento esatto in cui ottieni ciò che credevi di volere, inizi a dubitare di desiderare proprio quello. Come da copione. Quindi era praticamente scontato che due mesi e mezzo dopo perdessi la testa per quello che poi, anni e anni dopo, sarebbe diventato il mio primo vero fidanzato o comunque il primo quasi degno di essere definito tale.
Quando ci siamo conosciuti l’ho subito odiato naturalmente. Lui così silenzioso, taciturno, sfuggente e misterioso, io così logorroica, polemica e testarda.
Una combinazione micidiale. Ma poi iniziai il liceo, e fu lì che caddi nel più banale dei cliché: innamorarsi del “migliore amico”. In realtà non era nessuna delle due cose, ero io che, nel pieno delle crisi adolescenziali amplificate al massimo, avevo deciso di innamorarmi dell’idea di lui abilmente costruita nel mio cervello. Direi che il liceo è stato come un lungo, lunghissimo sentiero in una foresta oscura popolata da esseri mutanti. L’uomo più grande che voleva accasarsi, il ragazzo che gira voce ora sia diventato gay, il tizio del “sei la ragazza giusta che arriva al momento sbagliato“, quello del “no, non sei tu, sono io“, quello che non voleva stare con me ma non voleva nemmeno che io stessi con qualcun altro, quello che ha deciso di diventare prete.


Dunque non sperate di trovare grandi amori e lieto fine qui.

 

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