Cronache di una maleducazione sentimentale 1#

Premessa alla premessa:

Qualche anno fa una notte mi sono messa davanti al pc e ho iniziato a scrivere qualcosa che pareva senza capo né coda. Ne è uscita fuori una storia buffa e piuttosto stupida, sebbene non fosse quello il mio intento. A dirla tutta non credo ci fosse nemmeno un intento.
In realtà soffrivo semplicemente d’insonnia da quando avevo rotto con quello che era stato il mio fidanzato per tre anni e mezzo e passavo spesso le notti a contemplare il soffitto della mia camera. O a leggere. O anche a passare in rassegna tutti gli sbagli della mia vita.
Mi sono ritrovata a pensare al mio inenarrabile talento nel prendere pessime decisioni, soprattutto in ambito sentimentale. È come se compensassi il mio buonsenso e la mia ponderatezza in tutti gli altri settori della vita diventando una completa scema quando si tratta di affetti e relazioni.
Ho capito che se l’amore fosse stato una materia scolastica, ai tempi del liceo io sarei stata rimandata tutti gli anni con il debito formativo, costretta a frequentare un corso di recupero che immagino un po’ come gli incontri degli alcolisti anonimi.
Perciò una notte ho aperto un foglio bianco su Pages e ho iniziato a scrivere, parlando di questa ragazza assurda che una notte apre un foglio bianco su Pages e passa in rassegna tutte le infatuazioni della sua vita prima di capire cosa significasse innamorarsi per davvero.
Una sorta di diario sentimentale liberamente tratto dalla mia vita perché sì, qualora non fosse chiaro, la ragazza assurda ero io (hello, egocentrismo).
La mia amica Micol forse è stata l’unica a leggere questa cronaca per intero e un po’ per inerzia, un po’ per curiosità si era appassionata alla vicenda, proprio come mia nonna con Cento Vetrine.
Sempre la mia amica Micol mi ha suggerito di presentare il diario tragicomico a qualche concorso o all’attenzione di un editore, ma io, la regina delle disfattiste, non ho mai nemmeno lontanamente pensato che potesse essere degno di diventare un libro. Un libro vero, con delle pagine per cui sarebbero dovuti morire chissà quanti alberi! Però scrivere questa storia non-storia, questa sorta di cronaca di maleducazione sentimentale è stato davvero divertente e liberatorio.
Mi sono ritrovata a piangere mentre tiravo fuori pensieri che non sapevo nemmeno di covare. Ho guardato con malinconia e tenerezza alla mia adolescenza. A volte mi sono detta “mamma, che scema” e mi sono vergognata di cose che ho detto o fatto.
Alla fine il sonno è tornato e mi sono ritrovata con pagine e pagine di una storia buffa e piuttosto stupida che oggi ho deciso di pubblicare sul mio blog, così, giusto per incrementare l’autoreferenzialità che aleggia su questi schermi.
E poi si sta avvicinando l’estate, a casa mia si sono messi tutti a dieta e mi è stato categoricamente vietato di preparare una torta a settimana!

 

PROLOGO

ovvero

come nasce un manuale tragicomico di relazioni fallimentari

Era la mattina del 13 marzo quando Alice sedette alla sua scrivania, dopo una lunga notte insonne passata a riflettere.
Aveva trascorso le ore che la separavano dall’alba a passare in rassegna tutti gli uomini, se così potevano essere definiti, incrociati in quei soli 25 anni di vita.
Si meravigliò di quante cose tutti loro avessero in comune pur restando, al contempo, ciascuno un caso umano a sé, ben distinto, con una peculiarità precisa. Tutti così diversi eppure tutti così sbagliati.
Da lì l’idea di catalogarli.
Qualcuno dovrà pur trarre giovamento dai miei sbagli” si era detta mentre i primi sprazzi di luce filtravano dalle imposte chiuse.

La mattina del 13 marzo dunque Alice sedette alla sua scrivania e iniziò a buttare giù parole, un po’ per gioco, un po’ per divertirsi, un po’ perché era sempre stata convinta che avrebbe dovuto scrivere qualcosa sulle discutibili relazioni intrecciate nel corso della sua breve esistenza. Non con la presunzione di insegnare qualcosa a qualcuno, anzi.
D’un tratto pensò a L’educazione sentimentale di Flaubert, quel volume polveroso nella sua libreria, sistemato proprio accanto a Madame Bovary, uno dei primi romanzi francesi che aveva letto.
Ma quale educazione sentimentale! La sua tutt’al più sarebbe potuta esattamente l’opposto: come non vivere una relazione, come non scegliere una persona, impelagarsi in situazioni al limite del ridicolo e trovarsi puntualmente di fronte a persone capaci soltanto di scappare o farla scappare. La fuga: ecco, quella sembrava essere l’unica vera costante.
E lei, effettivamente, iniziava a sentirsi una habitué delle uscite di scena.

 

L’inevitabile premessa


Sono sempre stata fermamente convinta che dalle mie brevi ma indimenticabili esperienze amorose qualcuno avrebbe potuto trarne un libretto comico, di quelli da leggere al volo mentre si è in metro con gli occhi ancora impastati di sonno, oppure in seduta sul water. Ma anche una serie tv non sarebbe male, episodi brevi ed esilaranti – senza alcun bisogno dell’odiosa risata finta in sottofondo – che fondamentalmente sarebbero il fedele specchio di tutte le mie storie.
Però non l’ho mai fatto, un po’ per rispetto di tutti coloro in cui ho avuto l’immensa (s)fortuna di imbattermi, un po’ per tentare di concentrarmi su progetti “letterari” d’altro spessore. Ma in fondo cosa me ne faccio di tutte queste storie da raccontare se, per l’appunto, non le racconto?
Quindi basta rimandare, mi sento investita davvero da questa sorta di missione propedeutica che mostri, a chiunque sia disposto a leggere, quanto assurda possa essere la vita di una giovane donna alla ricerca di qualcosa di indefinito che non mi sento proprio di chiamare amore.
Ma, cosa più importante, che mostri anche come si possa trarre il meglio da ogni situazione, anche la più assurda, come si possa arrivare un giorno a ridere di quello che prima ci sembrava devastante.
Tutto si trasforma e, soltanto recentemente, credo di aver capito che si trasforma in qualcosa in grado di dare una spinta notevole per smuoversi, per andare avanti.
Mi sono sempre detta “scopri chi sei e non avere paura di esserlo”.
Alla fine di ogni piccola storia-disastro riesco a capire sempre più cose su di me. Con questo non intendo dire che per conoscersi sia necessario avere qualcuno accanto, anzi: dico soltanto che ogni situazione, ogni tappa, ogni momento della vita non ci capitano tra capo e collo senza un motivo, secondo le leggi del caso. No.
Tutto quello che ci succede, succede perché siamo noi a creare le condizioni affinché accada.
Se riusciamo a capire questo, siamo già un bel pezzo avanti.
Solo così la smetteremmo di porci inutili interrogativi sul “perché sempre a me?” ma andremmo avanti, portandoci dietro solo le cose buone – anche se a volte sono pochissime – che una situazione ha saputo offrirci.
Da quando ero piccola ho sempre pensato a quello che succede dopo la fine di una storia. Vedevo i cartoni animati, consumavo le cassette, però puntualmente quando il film finiva e Cenerentola spariva nella carrozza col principe mi chiedevo “sì, ma dopo che è successo?”
A poco a poco ho iniziato a farmi qualche idea.
Cenerentola probabilmente si è rotta le palle.
Il principe pure, non ho dubbi, ma in quanto uomo ha sicuramente preferito tacere la questione, quindi continua a stare sul suo divano costoso a guardare la televisione e magari a pensare: “Maledetta scarpetta!”
Non so se un giorno Cenerentola e il principe divorzieranno, magari sì, magari no. Però sapere come va a finire per davvero mi sembra un diritto inalienabile. Perché tutte queste storie con cui ci hanno bombardato da bambine, lasciate in sospeso così, sono solo deleterie.
Insomma, non voglio dire che crediamo nel principe azzurro che viene a salvarci, ormai sappiamo montarci i mobili di Ikea da sole, mettere benzina, anche configurare il modem. I tempi non sono più consoni per i principi, esclusi quelli di sangue.
É che nonostante gli anni scorrano, nonostante le circostanze sfavorevoli alla cavalleria, siamo tutti tutti tutti, uomini e donne, incastrati in una gigantesca bugia.
Siamo portati a credere sin dall’inizio che cercare la fantomatica persona giusta significhi cercare la parte che ci completi.

Quindi qual è il presupposto di partenza? Che da soli siamo incompleti?
Io non mi sento incompleta. So che tutto quello che mi serve è qui, dentro di me, da qualche parte. A volte lo trovo, altre no ma solo perché spesso sono disordinata.
Non credo tuttavia di doverlo cercare là fuori. Fuori c’è soltanto il caos. E come faccio a trovare qualcosa nel caos?
Dentro me stessa so già dove mettere le mani, conosco i ripostigli segreti, quelli dove andare a sbirciare in determinati casi, gli angoli più remoti in cui nascondo le cose importanti e poi puntualmente le dimentico. Non potrei mai cercare così intimamente in qualcun altro. Anche se fosse la fantomatica persona giusta. Giusta. Come un vestito che calza alla perfezione.
Platone parlava di completezza. Di un’unica entità poi divisa. Ma che continua a cercare di ricongiungersi. Per quanto sia poetico, per quanto mi sforzi con tutta l’anima di credere alla storia della metà della mela, mi sembra proprio poco plausibile, e che Platone non si rivolti nella tomba per questo.
Come può esistere un’unica persona giusta se non facciamo che cambiare?
Oggi sono una mela. Ma tra tre mesi potrei tranquillamente essere un’albicocca. Tra due anni un ananas e poi tra dieci chissà, magari una ciliegia. E come potrebbe la metà di una ciliegia stare ancora bene con la metà di una mela?
Mi piace pensare che lì fuori ci siano tante persone giuste per tanti diversi momenti.
Ho iniziato sempre più a credere che nella vita sia tutta una questione di tempi, di momenti. Indovinare il momento è tutto. La tempistica è un collante perfetto per due metà di qualsiasi genere, per due metà che vogliono fare insieme qualsiasi cosa per un po’ di tempo.
Ma più di tutto credo che non ci sia nulla di più sbagliato del sentirsi incompleti in attesa di qualcuno che riempia una sorta di vuoto.
Siamo noi a poter colmare i nostri vuoti, noi ad avere le risposte di cui abbiamo bisogno, noi ad avere le soluzioni ai nostri problemi. Siamo noi la nostra metà.
Quindi forse, se ci pensiamo bene, non abbiamo proprio bisogno di essere salvate ma solo di trascorrere più tempo con noi stesse per capire quanto abbiamo da offrirci, quanto sappiamo bastarci. E se poi il momento è propizio e ci mette davanti persone che sembrano essere in sintonia con noi e la nostra vita, ben venga. Forse solo così si può prendere davvero il meglio da ogni situazione e provare ad essere felici.
Anche da sole, perché no?

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