L’implicito romanticismo dell’indole cinica

Mi ricordo una puntata di Sex and the City in cui Carrie, Miranda e Charlotte parlano con aria sognante di Come eravamo, il film con Barbara Streisand e Robert Redford, davanti ad un’impassibile Samantha che dal suo canto si limitava a fare spallucce e a spiegare che non guardava certa roba perché: – È da donnette!

In questo – purtroppo solo in questo – sono perfettamente in linea con Sam-Jones: rifuggo tutto ciò che è particolarmente emotivo, melenso, sentimentale e, quando proprio non ci riesco, lo ridicolizzo all’inverosimile facendoci su dell’ironia.
Questa per me è sempre stata una sorta di sicurezza sulla mia persona, una caratteristica che porta ricamate sopra le mie iniziali e che chiunque mi conosca anche solo un po’ riesce a percepire.
Insomma, non sono una moccicona che si commuove facilmente, non piango quando Jack muore perché Rose era grassa come un tacchino e non riusciva a farlo stare sulla porta galleggiante, non piango per gli addii, non ho mai pianto per un brutto voto (odiavo chi lo faceva!) e non piangerei davanti a qualcuno neanche sotto la peggiore tortura cinese. Il massimo che ho sempre concesso a tutte queste situazioni è un grosso lacrimone luccicante che però rimane ben incastonato dentro i miei bulbi oculari.

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La verità è che l’emotività mi spaventa come poche cose al mondo, o almeno credo.
E non perché sono una di quelle persone super organizzate con i libri divisi per ordine geografico e con le tabelle di marcia fatte su Excel per i viaggi, no, questo c’entra soltanto fino ad un certo punto. Il motivo principale è che ho un’indole profondamente cinica e ne sono consapevole con ogni fibra nervosa del mio corpo.
Io vorrei credere nell’amore, nei sentimenti, nelle sensazioni e in tutto quell’insieme di cose che si muovono nella pancia, ma proprio non ci riesco.
Mi sembra tutto un grande, gigantesco imbroglio. Una sorta di contratto con una qualche clausola nascosta che cela l’inevitabile fregatura.
Insomma, mi piacerebbe riuscire a vedere il famoso bicchiere mezzo pieno, ma già è tanto se lo vedo il bicchiere e non lo tiro in faccia a chi penso voglia anche soltanto provare a farmi male.
Ci sono situazioni in cui vorrei davvero provare a staccare il cervello e vivere così, andando alla deriva come una barchetta nel mare, ma devo avere qualcosa che non funziona bene perché, sebbene abbia tentato, le mie funzioni neurologiche restano sempre vigili, non importa quanto io mi sforzi per ignorarle.

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Il problema forse è che finora, nella maggior parte dei casi, a pensar male non ho mai sbagliato. A mettere le mani avanti senza concedere totale fiducia non ho mai sbagliato. Ma ci sono stati anche casi estremamente fortunati, frangenti di inaspettata felicità che sì, non sono durati, eppure questo non ha impedito loro di esistere e restare impressi nella memoria, a mo’ di monito per il futuro, come a voler dire che sì, effettivamente c’è qualche speranza.
Però all’inizio nessuno può sapere se ne varrà la pena, se lo sforzo – quello di provare a zittire il mio cervello, nel mio caso – troverà la giusta ricompensa o se alla fine la testa tornerà a riaccendere i motori e a prendere il controllo perché tanto seguire le sensazioni, le impressioni, l’istinto non porterà a niente di buono.

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E quindi ho deciso una cosa. Così, su due piedi. Ho deciso che io il cervello non lo voglio spegnere mai, non voglio nemmeno provarci perché implicherebbe uno sforzo che mi prosciugherebbe. Voglio continuare a fare quello che faccio come lo faccio, cercando una logica che non c’è, aggrappandomi ad una razionalità che sì, a volte annasperà.
Perché sento di avere le mie ragioni quando dico che il cervello dà una consapevolezza che nient’altro riesce a dare. E sentire le cose – sì, anche i sentimenti – con consapevolezza rende tutto ancora più profondo e forte e vivido.
Quindi forse non è vero che chi mette avanti il cervello ancor prima del resto, ancor prima del cuore sia soltanto un irrimediabile cinico.

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Siamo quelli che al “come stai?” rispondono sempre “bene“, un po’ per orgoglio un po’ per discrezione. Siamo quelli che non sopportano le smancerie, specie in pubblico: certi gesti sono intimi come i segreti e quando un segreto viene sbandierato ai quattro venti perde ogni valore. Siamo quelli che non si commuoveranno mai davanti ad uno stupido tramonto – è una palla di fuoco che sparisce dall’orizzonte – ma che non smetteranno mai di guardarlo. Siamo quelli che non sprecano troppe parole, le parole sono bellissime ma sappiamo tutti che non costano granché fatica, non quanto i gesti almeno.
Siamo difficili, detestabili, incazzosi e spaventati. Il nostro è un romanticismo atipico, di nicchia, per pochi. Se incontrate qualcuno che riesce a fidarsi di voi al punto da rendervelo palese, siatene felici e onorati.
Quando una persona del genere vi lascia entrare è perché il cervello gli ha suggerito di farlo e se ci fosse una sorta di mora cinese tra testa, pancia e cuore io credo che la testa batterebbe sempre e comunque tanto la pancia quanto il cuore.

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