Before Sunrise: la notte che tutti dovremmo vivere almeno una volta

L’ho rivisto pochi giorni fa, ne abbiamo parlato tanto con un’amica sabato sera, poi non paga ho guardato di nuovo anche Before Sunset e finalmente ho trovato il coraggio di completare la trilogia con Before Midnight, uscito ormai tre anni fa. Ma io ho sempre paura dei sequel, un po’ perché quando un film mi piace lo trovo perfetto così com’è e non voglio correre il rischio di rovinarmelo, un po’ perché i finali aperti sono meravigliosi.
Pensateci: potete praticamente immaginare e scegliere il finale che preferite. E potete cambiarlo ogni volta.
Per chi non l’avesse mai visto, Before Sunrise, uscito in Italia nel 1995 con il titolo Prima dell’alba, racconta l’incontro in treno di Celine e Jesse.
Lei ha ventitré anni ed è francese – e già solo questo per me è un motivo più che valido per guardare il film! – lui è un ragazzo americano di venticinque anni con una giacca di pelle nera, a mio avviso elemento indispensabile per far innamorare follemente qualsiasi donna.
Dopo aver chiacchierato per un po’, Jesse convince Celine a scendere dal treno e a trascorrere qualche ora con lui a Vienna, in attesa del suo volo per gli States.

(“Fai un salto… di dieci, vent’anni, d’accordo? Tu sei sposata e il tuo matrimonio non ha più quella stessa carica che aveva un volta, capisci? Cominci a incolpare tuo marito, cominci a pensare a tutti gli uomini che hai conosciuto nella tua vita e a che cosa ti sarebbe accaduto se ti fossi messa con uno di loro. Ci sei? Be’, io sono uno di quelli, eccomi qui. Perciò prendila come una specie di viaggio nel tempo, da allora ad adesso, per scoprire cosa ti perdi. Vedi, questo potrebbe essere un gigantesco favore, fatto sia a te sia al tuo futuro marito, per scoprire che in realtà non ti perdi niente, sono un perdente esattamente quanto lui, privo di stimoli, una palla al piede e hai fatto la scelta giusta e nei sei molto felice.”)

Ed ecco fondamentalmente cosa racconta il film: quest’unica notte che i due possono trascorrere insieme. Senza l’ansia del domandarsi cosa accadrà dopo e senza le solite strategie per rendersi più affascinanti o interessanti agli occhi dell’altro, Celine e Jesse si lasciano andare a confidenze e conversazioni pure e sincere, prive di qualsiasi secondo fine. Il risultato somiglia ad un lungo flusso di coscienza a due voci.
Ricordano momenti della loro vita, provano a rintracciare la causa scatenante di determinati aspetti del proprio carattere, del loro modo di vedere l’amore ma anche la morte e quindi la vita.
E quando arriva l’alba, quando la notte è ormai finita, si manifesta violentemente l’inevitabile interrogativo: è questo il tipo di sintonia che può fare la differenza?
La parola passa allo spettatore. Ognuno di noi può decidere se sì, è così che dovrebbe funzionare e l’unico modo per avvicinarsi davvero a qualcuno e all’amore è abbandonarsi senza filtri e far sì che la vita intera possa essere simile ad un’unica notte di leggerezza – ma non banalità! – o se invece credere che sia proprio l’unicità di quel momento lontano dalle responsabilità del tempo e della vita quotidiana a rendere tutto così facile e surreale.
Personalmente credo in entrambe le cose. Ho vissuto troppo poco per credere soltanto nell’una o nell’altra conclusione.
Credo anche che, in alcuni casi, sia la fastidiosa consapevolezza dell’eccezionalità di un momento a permetterci di viverlo come altrimenti non sapremmo fare. Sapere che non ci saranno seconde o terze occasioni ci mette davanti alla necessità di essere chi noi siamo per davvero, di farlo vedere senza troppi giochi psicologici o tattiche.
A me è successo durante un viaggio, dopo la maturità. Non è stata questione di una notte – e in questo credo che il film voglia rendere più magica una situazione che tutti almeno una volta nella vita abbiamo vissuto in un lasso di tempo maggiore, come può essere appunto quello di una vacanza – ma di settimane. Conoscere qualcuno con cui tutto sembra incredibilmente naturale. Parlare, raccontarsi, confidarsi, ma anche, soprattutto, ascoltare.
Persino io, io che già allora mi sentivo in dovere di palesare in tutto e per tutto la mia indipendenza e la mia forza di donna anticonformista dotata di cervello, ho vissuto con la mente in stand-by, agendo d’istinto. E senza ragionarci troppo incredibilmente le parole venivano fuori da sole. Sapevo sempre cosa dire, ma soprattutto sapevo quando non c’era bisogno di dire niente, godendo di silenzi che nella quotidianità mi sarebbero pesati troppo.
Conoscere qualcuno e permettergli di conoscerti senza tutte le paure che di solito fanno un gran casino. Perché ormai lo sappiamo, siamo tutti un po’ cattivi, a volte persino spietati. Amiamo scoprire le debolezze altrui soltanto perché la certezza di avere delle armi delle quali poterci servire un giorno ci fa sentire più sicuri.
Quando invece quelle fragilità vengono accolte e conservate in silenzio, con delicatezza e cura, allora tutto diventa autentico. Poi ci sono i treni, con le porte che si chiudono sul più bello, e ti gettano addosso la certezza che non vi rivedrete mai più, ma anche la certezza che se un domani remoto ed improbabile la vita vi rimetterà una di fronte all’altro le cose saranno diverse. Non sarà lo stesso. O invece sì? (Altro quesito che ci lascia il film!)
Ovviamente io non so dare una risposta.
Però sono convinta che se non si vive un momento – una notte, una settimana o un mese che sia – con l’intensità raccontata nelle scene di Before Sunrise, non si può avere piena consapevolezza di come si è quando ci si riesce a togliere le vesti che ci siamo lasciati cucire addosso dal senso del dovere, dagli scheletri delle esperienze passate, dalle paure e dagli altri.
Magari questi incontri non hanno alcun senso, magari nella realtà nuda e cruda nessuno finirebbe mai con lo sposare il ragazzo del treno. Ma se e quando il caso ci mette davanti persone che riescono a tirar fuori senza alcuno sforzo la parte più autentica di noi, senza impiegare alcuna energia e un lasso di tempo considerevole, cogliere l’attimo è la cosa migliore che si possa fare: forse è il modo con cui la vita vuole farci recuperare parti di noi che avevamo dimenticato o credevamo perdute.

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