Piove sempre sul bagnato ed io non ho mai un fottuto ombrello

Non sono mai stata il tipo di persona che si piange addosso o si crogiola nel vittimismo, autocommiserandosi e compatendosi. Non mi piace farlo né da sola, con me stessa, né con gli altri.
Adoro lamentarmi, quello sì.
Se lamentarsi fosse contemplato nel vasto panorama delle discipline sportive allora mi candiderei come possibile campionessa olimpionica, io, regina indiscussa delle straccia palle di tutte le terre emerse e non (e forse me ne fregherebbe qualcosa di avere queste minchia di Olimpiadi a Roma, chissà!).
Ma una cosa che proprio evito accuratamente è quella di manifestare le mie sofferenze, le mie pene e rammaricarmene. Non perché ci sia in me qualcosa di eroico, figuriamoci.
Sono soltanto uno di quegli odiosi esemplari di homo sapiens che non riesce ad accettare in modo alcuno le complicazioni, gli imprevisti – di qualsiasi genere – e qualunque cosa implichi il dover fare i conti con il proprio vissuto emozionale.
Lo so, fa ridere specie detto da una che vorrebbe scrivere nella vita.
A volte mi convinco di desiderare davvero con tutta me stessa di far parte di quelle persone che si commuovono al cinema, si abbracciano senza motivo, credono nel bene, chiamano a raccolta le amiche non appena vengono ferite. Ma soprattutto che riescono ad ammettere apertamente di essere state ferite. E di stare male.
Invece no.
Per quanto mi sforzi, per quanto io ci provi a voler seguire questa specie di protocollo del sano essere umano, ogni volta che mi trovo in una situazione simile mi viene spontaneo avere la reazione totalmente opposta.
Non mi lascio il tempo di pensare, di respirare, di piangere o quantomeno provarci. Nulla.
Un attimo sono lì a contemplare la disfatta, l’attimo dopo sono già a guardare l’agenda per controllare gli impegni dell’indomani. E a volte questo atteggiamento un po’ del cazzo non porta da nessuna parte, perché poi da fuori tutti ti vedono come una sorta di blocco di ghiaccio – un iceberg, come mi chiama affettuosamente mia madre – e allora pensano che nulla possa scalfirti, che nulla possa toccarti davvero. Ovviamente non è così, anche se a me piacerebbe.
Sì, mi piacerebbe, e forse può suonare orribile, ma non posso farci niente se la sofferenza mi fa paura più di qualunque cosa al mondo. E per non affrontarla, per non guardarla in faccia, la ignoro. Fingo che non esista e sono consapevole che non sia proprio sintomo di maturità.
Le paure si affrontano, ok, ma cosa si fa quando non si è pronti o quando si è semplicemente stanchi?
Nel mio contorto e strano universo il tempo concesso alla contemplazione del dolore è piuttosto scarso ed equivale a starsene svegli di notte (perché mai dormire quando si può fare il pieno di pippe mentali gratuitamente?) con una playlist contenente le canzoni più strazianti concepite negli ultimi cinquant’anni e qualche foglio stropicciato davanti il naso. Certe volte piango anche, ebbene sì, ma di solito accade perché sono in pieno premestruo.
Poi però la notte passa, il sole sorge e io torno nel pieno possesso delle mie facoltà psico intellettive. Mi metto il copri occhiaie, al cui inventore non saremo mai sufficientemente grate, e vado avanti con la solita faccia da schiaffi perché è così che dovrebbe funzionare la vita secondo me. Perché non tutto ciò che non si vede ad occhio nudo non c’è, non esiste.
Ma a me tutto sommato basta essere sola a tentare di ripararmi alla meglio da quegli stupidi e odiosi momenti in cui la vita ti fa piovere addosso disappunto, tristezza e ricordi; sì, i ricordi, quelli di cose che sono state e pure quelli di cose che potevano essere ma invece no. Davvero, da sola ce la faccio benissimo.
Solo ecco, se magari si potesse avere almeno un ombrello, grazie.

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