Il codice morale della mediocritas

Nel corso di quell’atroce parentesi che è stata l’adolescenza ho sviluppato, forse all’inizio senza nemmeno accorgermene, un’avversione patologica nei confronti delle vie di mezzo. La mediocritas insomma. Sì, perché – ed ecco che esce la Giulia scusatesehofattoilclassico che è in me – in latino la parola mediocritas sta ad indicare proprio l’intermezzo, la posizione intermedia tra ciò che è ottimo e ciò che è pessimo. A me però questo tentennare ha sempre irritato parecchio.
E non è un caso se, probabilmente sbagliando, faccio un’associazione diretta tra le vie di mezzo e la mediocrità intesa come limitatezza sul piano morale.
Ovviamente il livello culturale, il livello d’istruzione non c’entra un bel niente. Non è di certo il metro entro il quale misurare certe capacità. Magari fosse così. Sarebbe tutto molto più semplice: basterebbe scambiarsi i curricula per sapere, per conoscere il livello di mediocrità di chi si ha di fronte. Invece. Invece va a finire che conosco tante persone laureate ma con lo spessore morale di un post-it e tante persone con un diploma arrangiato che potrebbero metterle a tacere in meno di due minuti.
Che poi c’è chi vive benissimo così. In fin dei conti il vero mediocre non sa nemmeno d’esserlo. Vola basso ma non sa di farlo perché per lui quella è la massima altezza raggiungibile. Non va a sbattere contro i propri limiti perché di fatto non è nemmeno consapevole di averne. Ha una gabbia intorno ma questo non lo sa.
Ecco perché in realtà i peggiori sono quelli che, almeno a parole, si allontanano dalla mediocrità, incastrati nel dovere di sentirsi distaccati e superiori. Quelli che amano sentirsi distaccati e superiori. E che magari credono anche d’esserlo.
In realtà io non li vedo che come abili – ma a volte neanche troppo – attori a cui piace nascondersi dietro rigidi codici morali che poi sono più vuoti dei loro occhi. E fanno affidamento sulla loro visione del mondo e della vita ma non riescono a cogliere davvero le cose importanti ovvero i dettagli, le sottigliezze. Perché non sanno guardare oltre il proprio naso.
La verità è che per qualche strana ragione la straordinarietà sta diventando una vera e propria moda. Una specie di posto, di ruolo al quale aspirare. E chiunque sente il bisogno di provare ad esserlo per mestiere, gridandolo ai quattro venti.
Ma questa folle corsa all’unicità non fa che renderci tutti quanti ciechi.
Chi è che siamo alla fine quando la sera ci togliamo il trucco, le maschere, le micro stronzate che ci appiccichiamo addosso, per lasciarle lì sul comodino?
Non siamo tutti straordinari, non siamo tutti fatti per guardare le cose e vederle davvero, non siamo tutti capaci di dare il giusto peso alle cose, tipo alle parole che certe volte vengono lanciate come bombe e fanno certe stragi di cui nessuno però parla mai.
Perché se fossimo tutti in grado, se tutti fossimo straordinari, di fatto non lo sarebbe davvero nessuno.
Ognuno ha le proprie abilità, il proprio posto nel mondo e questa è una lezione da imparare. C’è chi sbatte tutta la vita contro i propri limiti perché non accetta di non saper andare oltre, quando magari se si sforzasse di fare l’esatto opposto forse sarebbe felice per davvero; c’è chi i propri limiti non li vede nemmeno talmente sono lontani e c’è chi quei limiti potrebbe pure superarli ma ha troppa paura per farlo.
Io non credo siamo fatti tutti per spiccare il volo o comunque per volare alti nel cielo. C’è chi a stento cammina, c’è persino chi sta bene da fermo. Ma ognuno deve fare ciò che la propria natura, la propria indole gli comanda di fare.
Non gli altri, non le persone intorno, non il senso del dovere, non il desiderio di rivalsa, non la necessità di sentirsi superiore.
Perché possiamo tutti convincerci di essere qualcuno che poi in realtà è lontano anni luce dalla nostra essenza, ma alla fine la vita ci mette di fronte a circostanze, o peggio a persone, che ci strappano via brutalmente la maschera e ci lasciano nudi, senza inganni, senza giustificazioni e purtroppo anche senza attenuanti.
Quindi forse sarebbe più produttivo investire tutto quel tempo impiegato a costruire un’immagine che in modo alcuno c’appartiene, nell’accettare chi veramente siamo.
Con tutti i nostri limiti, tutti i nostri spigoli, con tutti i nostri lati oscuri.
E se ci ritroviamo a provare vergogna per qualcosa che però è lì, fa effettivamente parte di noi, se in qualche modo temiamo di esserci comportati o anche solo di essere mediocri, non fingiamo. Non nascondiamoci.
Lavoriamo su noi stessi per superare davvero quel limite. Per fare di più. Per sentirci migliori e non aver bisogno di maschere d’alcun tipo per riuscire guardarci senza timore allo specchio e negli occhi degli altri e sentire che quell’immagine ci somiglia davvero e ci appartiene.
Scoprire chi si è veramente è il primo passo per non avere più paura d’esserlo.
Io credo sia questo l’unico modo per rendersi davvero liberi da tutto. Anche dalla mediocrità.

6 pensieri su “Il codice morale della mediocritas

  1. LORENZO ha detto:

    Non ho capito il passaggio dalla mal sopportazione della mediocrità alla sua totale accettazione… Più che la mediocrità sembra che tu disprezzi chi non vi fa veramente i conti, e imputa ad altro le proprie mancanze… Ma nel momento in cui dici di accettare se stessi tieni in considerazione la possibilità che il.mediocre si “piaccia”? Prendi un film come big fish, racconta una storia simile, ossia la tensione tra il voler essere speciali e la disincantata consapevolezza di non esserlo… Credo che tutti noi siamo mediocri in alcuni ambiti dell esistenza è l accettazione di questo non implica automaticamente la necessità di un miglioramento, semplicemente la presa d atto di essere umani. Per quello per ogni mediocrità diversa c e un livello di incantamento che vela la realtà per renderla più accettabile e vivibile nella pratica. Quindi per quanto tu possa giudicare un mediocre come tale, come uno che non fa i conti con la realtà, perché doverglielo dolorosamente ricordare solo perché siamo più forti di lui nell affrontare gli stessi problemi? Credo che i mediocri possano essere quelli che più si auto analizzano, pur giungendo sempre alla medesima fuorviata conclusione, quindi con che pretesa rinfacciargli le mancanze che già sanno?

    Credo sia tutto un po’ scomposto ma spero riuscirai a capire il punto 🙂

    • giuliamiri ha detto:

      La mediocrità io la intendo nella sua accezione più letterale: lo stare perfettamente in media, in equilibrio tra due poli. E credo ci sia chi in questa via di mezzo ci sguazza benissimo e in un certo senso la accetta, pur non essendo consapevole di essere mediocre, perché “essere un mediocre non è una pena. La pena è accorgersene. Ma è un mediocre chi s’avvede d’esserlo?” (Bella domanda!)
      E poi c’è chi fondamentalmente vuole a tutti i costi essere straordinario ma, di fatto, non fa nulla di concreto per esserlo davvero. Non si sforza neppure di provare a guardare oltre il proprio naso perché, magari sbaglio io nel dare un giudizio tanto duro, secondo me se anche ci provasse non potrebbe vedere niente. Non penso che il mediocre si piaccia, penso che chi si sforza così tanto di non essere mediocre, fondamentalmente è qualcuno che vorrebbe moltissimo essere una versione migliore di se stesso ma al contempo, per via dei limiti che forse egli stesso si è creato, non riesce perché è incapace di agire in modo autentico ed efficace.
      Mi viene in mente un po’ l’inetto di Svevo. Prendi Zeno. Lui vorrebbe tanto smettere di fumare, ma di fatto ci riesce? No. Perché? Perché tra il volere qualcosa e l’agire in modo tangibile sulla realtà c’è una disarmonia che infrange ogni buon proposito. La volontà d’essere migliori ovviamente non può bastare per esserlo davvero. Sicuramente ognuno di noi ha degli aspetti da migliorare, nessuno è escluso. Però se la mediocrità è per l’appunto questo limbo che si palesa nel non riuscire mai a propendere verso uno dei due poli, ogni volta che noi scegliamo, che prendiamo una decisione e la portiamo fino in fondo dal punto di vista pratico, lì smentiamo la mediocrità. E scegliere di essere se stessi – con tutti i propri limiti, perché no? – invece di sforzarsi tanto per somigliare a qualcuno lontano dalla propria persona, non è forse una scelta?
      Ma tutto questo, il vero mediocre non lo sa. E non perché sia scemo, ma perché è felicemente inconsapevole. Altrimenti sarebbe lecito chiedersi nuovamente “è un mediocre chi s’avvede d’esserlo?”

      Spero di non essere stata fuorviante rispetto alla tua riflessione e di aver colto ciò che intendevi dire!

      • Lorenzo ha detto:

        Si era proprio questo che intendevo.Siamo d accordo nel condannare i mediocri inconsci, per quanto non mi sia facile immaginare una persona del genere. Anche io avevo pensato a Svevo ma temevo il volo pindarico… Visto che l hai preso tu, lui dunque non è più mediocre perché “sa di esserlo”? Alla fine del libro (mi pare) lui abbraccia la sua inettitudine come retta via, perché crede che il suo porsi dei dubbi sia la strada giusta di fronte a un mondo che offre e cerca solo certezza…
        E dopotutto Zeno non è un fallito, semplicemente una persona che si pone delle domande, forse troppe. Ti dirò che se difendo la cosa è perché mi sento personalmente chiamato in causa: credo che il mediocre sia un po’ fatalista anche perché conscio della propria non specialità, ossia di essere uno in 8 miliardi+personaggigiaesistiti… E quindi si arrenda all insignificanza della propria vita accettandone limiti che si pone da se nel senso che non li questiona, non li indaga.
        Ma a che servirebbe indagarli? Ad essere tra vincitori o vinti? Il risultato è sempre il medesimo, e allora a che tanto operare?

      • giuliamiri ha detto:

        A questo punto penso subentri anche il modo in cui si sceglie e si intende vivere la propria vita. Come dici tu, cosa c’è di male nell’accettare i propri limiti? Nel considerarsi una persona perfettamente in media? Nulla, non è di certo un crimine. Però quante persone, obiettivamente, arrivano ad un certo punto della loro esistenza senza chiedersi “se avessi osato di più? E se avessi provato invece?”
        Personalmente ho sempre avuto la sfortuna di sentirmi fuori posto nella media, non perché io sia straordinaria o eccezionale, tantomeno migliore. No, è che sono una di quelle persone che non solo si pone delle domande su tutto, ma che pretende ed esige da se stessa di trovare anche delle risposte. E mi rendo conto quanto questo sia faticoso, quanto possa apparire persino presuntuoso agli occhi della gente. Non dico che le mie risposte siano giuste, ma sono quelle che mi permettono di prendere poi delle decisioni e svincolarmi dall’odioso limbo, dalla via di mezzo dove io proprio non riesco a stare. Ecco perché ognuno deve accettare la propria indole: soltanto accettandola si può capire qual è il modus operandi da seguire per essere liberi e quindi forse – FORSE – sentirsi soddisfatti di sé.
        C’è chi appunto non ha bisogno di indagare e rimuginare sulle cose per andare a dormire sereno, perché sa che saranno gli eventi a guidarlo, e chi invece necessita sempre di avere un quadro chiaro delle cose per poter decidere che direzione prendere.
        Comunque io non equiparerei mediocre con fallito, se ho fatto intendere questo mi sono espressa male. Semplicemente credo che ci siano mediocri inconsci ma anche mediocri per scelta che però spesso vorrebbero mutare la loro condizione ma non ci riescono perché questo comporta un lavoro su se stessi che non vogliono o non riescono a fare. Perché richiede energia, tempo e pazienza. E anche motivazione. Per me il mediocre per scelta è quello che alla fine sceglie di essere nella media e basta perché appunto, come dici tu, se il risultato è sempre lo stesso perché sforzarsi tanto?

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