Una gnoseologia dei legami

Quando ero più piccola mia madre mi ripeteva spesso che nella vita è «tutta questione di buona volontà».
Sono sempre stata d’accordo, ho sempre creduto che la volontà contasse più d’ogni altra cosa e, di conseguenza, mi sono incastrata nella convinzione che se vuoi qualcosa, se la vuoi davvero con ogni fibra nervosa che possiedi, l’avrai. Volere è potere, no?
Però più crescevo, più cresco, più mi accorgo che la volontà non è mai scontata, mai facile da individuare e capire. Troppo spesso quello che volevo si è rivelato non essere ciò di cui avevo bisogno. Ancor più frequentemente quello che pensavo di volere era in verità un alibi dietro al quale mi nascondevo, una sorta di copertina di Linus confortevole e rassicurante. La tranquillità.
Perché chi è che lascerebbe l’agiatezza di un qualcosa di certo per buttarsi in mezzo alla tempesta dove non si sa più dove punterà l’ago di quella bussola impazzita che è il desiderio?
No, meglio la copertina di Linus, meglio la certezza, meglio l’abitudine.
Quindi diventa «tutta questione di abitudine». Ci si può abituare praticamente a qualunque cosa.
Ti abitui al caffè amaro, ad alzarti presto la mattina senza mettere la sveglia, al telefono con il silenzioso perenne, alla ceretta brasiliana.
Ti abitui a dormire al lato opposto del letto, a tenere un bicchiere d’acqua sul comodino, alle scarpe col tacco, ad evitare certi posti e certe strade, a montare i mobili di Ikea da sola.
T’abitui anche all’assenza delle persone.
Io sono bravissima in questo. Perché penso sempre: “Sei già sopravvissuta una volta”.
Di assenze non si muore mica. O almeno io non muoio.
Devo dire che tutto sommato un po’ mi piace questo mio lato da animale selvatico, un po’ solitario, un po’ malfidato. Però ci sono volte in cui mi spaventa anche.
Probabilmente perché, come tutti, sono stata istruita e programmata per credere che la solitudine e le assenze siano cose terrificanti, forse le peggiori che possano capitare ad un individuo. Che la felicità sia solo nella compagnia, nel circondarsi di tante presenze, anche se vacue e prive di significato.
Invece a me sembra che sapersi abituare alle assenze sia la più grande prova di indipendenza e libertà che si possa dare. Non dico che i legami siano da buttare, anzi.
Ma l’idea del legame presuppone, già dal punto di vista etimologico, una prigionia che mi incute timore.
Quindi mi piace pensare che una delle cose migliori dei legami stia proprio nel loro poter essere sciolti.
Et voilà, io ti slego e ti libero, vai dove vuoi.
Per farlo occorre senza dubbio una spropositata dose di coraggio e l’indispensabile convinzione che essere liberi sia più importante di tutto il resto.
E sono anche abbastanza sicura che l’autenticità di un sentimento, di qualsiasi genere esso sia, si possa palesare soltanto quando le persone coinvolte abbiano scelto di essere libere. Ma nonostante questo sappiano comunque tornare l’uno dall’altro, continuando a scegliersi in totale libertà, continuando a cercarsi senza sentire il bisogno di sancire alcun patto, senza sentire il bisogno di una corda per legarsi e quindi stringersi.
Forse è questa la vera libertà, l’unico modo per non crollare sotto il peso di qualcosa, per non svegliarsi un giorno e sentire i nodi troppo stretti che fanno male sulla pelle, per non desiderare la fuga o, ancora peggio, il far fuggire chi è stretto al capo opposto della corda.
E magari così la solitudine e le assenze smetterebbero di essere percepite, si svuoterebbero del loro significato, del loro peso, come palloncini leggeri che volano via. Non farebbero più paura.
Ma queste sono solo parole e teorie molto belle.
La realtà è quella che c’è là fuori, nel mondo vero, dove, come diceva il buon Pasolini, bisogna essere molto forti per amare la solitudine.

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