C’era una volta una valigia molto piccola in una camera celeste

E niente, va sempre a finire così, va sempre a finire che sono qui in attesa di domani, in una stanza con le pareti celesti e una valigia stracolma.
Riuscirò mai a dormire prima di un viaggio? Ci credo poco.
Vorrei non avere così tanti pensieri che schizzano veloci, quasi come fossero quegli alberi che intravedi dal finestrino di un treno che viaggia veloce. Ma è sempre così, prima di partire, non importa per quanto e non importa per dove, io devo pensare. Considerare. Tirare somme.
C’è chi lo fa a capodanno, chi dopo un cambiamento, chi mai. Io lo faccio la sera prima di salire su un aereo, con la consapevolezza che non dormirò, che mi si tapperanno le orecchie, che il sedile non sarà comodo.
Ho sempre creduto che avrei amato volare, invece no. Non ho paura, ma non riesco proprio a lasciarmi andare, sono tesa e vigile perché sento che è qualcosa di innaturale per me. Mi sento molto meglio con i piedi ben piantati a terra, perché correre è bellissimo: la sensazione del terreno che scivola sotto i piedi, poter vedere quanta strada hai fatto e quanta ancora ne puoi fare.
Non sono fatta per volare.
Però adoro l’idea di andare a poggiare i piedi in un posto nuovo, anche se solo per un po’. E mi chiedo cosa succederà, come mi sentirò quando quella valigia sul pavimento della mia stanza con le pareti celesti sarà più grande, quando nella borsa non ci sarà una carta d’imbarco per il ritorno.
Ho sempre sentito questa città andarmi stretta, seppur lei così grande ed io così piccola. Ho sempre guardato i palazzi, le strade, le macchine e pensato di non essere nel posto giusto.
Quindi è questo che fanno le persone che non si sentono nel posto giusto? Preparano valigie troppo piccole per contenere tutto ciò che vorrebbero avere con sé e vanno a scoprire dov’è, dov’è quel luogo nel quale stiracchiarsi e pensare “io mi fermerei proprio qua”?
Non ho girato così tanto da poterlo dire con assoluta certezza, ma le poche scelte giuste che ho preso so di averle prese in base a qualcosa di totalmente illogico: una sensazione. E ricordo bene di averlo provato io quel desiderio folle di disfare una valigia lontano da casa. Per la prima volta mi sono sentita al posto giusto al momento giusto. Ho amato ogni singolo passo mosso su quei marciapiedi, ogni odore, ogni colore, ogni sguardo incrociato. È stato un attimo di lucida e sfrenata felicità, credo.
Non ero più Giulia che si guarda allo specchio e trova sempre qualcosa che non funziona, non ero più Giulia non-ho-voglia-di-mangiare, non ero più Giulia devo-avere-tutto-sotto-controllo, non ero più Giulia con le cose di contorno. D’improvviso mi sono scrollata di dosso le cose futili e non essenziali. Quello che mi serviva, di cui avevo bisogno era tutto lì.
Io davvero non lo so se si può amare con animo, corpo e mente una città, ma se in qualche modo è lecito o possibile, allora sono colpevole. E alla fine si sa, si incontrano tante persone che ci fanno girare la testa ma, sarò all’antica che ne so, prima o poi arriva quella che ti fa venir voglia di star fermo così da poterla guardare bene tutto il tempo.
Perciò ora giro, continuo a girare come è giusto che sia, ma so bene dov’è che voglio stare ferma a godermi il panorama della vita.
E ora è già domani, ho uno spazzolino da mettere in valigia e una valigia da chiudere. Non riuscirò a dormire nemmeno stavolta, avrò delle brutte occhiaie, ma in fondo che importa quando hai ventitré anni e vuoi solo sentirti girare la testa?

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